I giochi dei ragazzi nelle campagne venete sono stati per lunghi anni giochi di strada e di piazza, spazi pubblici e comuni nei quali i ragazzi, in gruppo, non di rado in gruppi contrapposti o addirittura in bande, giocavano, gareggiavano, si scontravano, sfogavano la loro voglia di muoversi, si riscaldavano per vincere il tormento del freddo, vivevano le prime prove di autorevolezza, primazia o sottomissione

Giochi rigorosamente di genere, le ragazzine non partecipavano a questi giochi, uscite da scuola andavano dritte a casa, dove giocavano con una bambola di pezza, se ce l'avevano, o giocavano a imitare la mamma, così assimilavano da piccolissime il loro ruolo e destino sociale

Eccoci allora a descrivere il gioco come ne abbiamo accennato nella pagina introduttiva

Quanto descrivo si rifà alla mia esperienza a poco dopo la metà del novecento, ma questa esperienza è per molti aspetti simile a quanto avveniva anche precedentemente; molti di questi giochi erano ben conosciuti, quand'anche non insegnati e sorvegliati, da padri e nonni

Al contempo, come ho premesso, proprio nel gioco si delineavano netti i futuri ruoli e comportamenti sociali: i maschi venivano avviati al gioco duro, di forza e di scontro, alla gara individuale e ancor più per gruppi o bande, ciò che rispecchiava divisioni nenache tanto sottili tra zone del paese, tra classi di censo, tra famiglie e famiglie e le loro alleanze; il gioco quindi riproduceva la stratificazione e la segmentazione della società nel paese e formava alla mentalità che comandava i futuri comportamenti e gli apprezzamenti che ciascuna famiglia aveva delle altre; non a caso ricorrevano, tra gli adulti, con i ragazzini che attentamente ascoltavano e assimilavano, le parole rasa (razza) e jenìa (genìa), sel senso di gens, nel senso di casato, nel senso di abitudini, caratteristiche modi di agire peculiari a chi portava un determinato cognome e di generazione in generazione tali caratteristiche si tramandavano e, orgogliosamente, si ereditavano; questi concetti e questi comportamenti si estendevano anche in modo feroce nei confronti di paesi confinanti, non tutti, ma poteva esserci uno sgarbo grave, che poteva cambiare negativamente la reputazione di un intero paese e che poteva anche arrivare ad azioni punitive e di vendetta ripetute nel tempo

Concludo l'incipit con una esemplificazione storica ben conosciuta da chi ha assiduamente frequentato la zona, come me, che ci sono nato vicino, non conosciuta dai più, ma interessantissima da studiare, credo io, sotto il profilo antropologico

Il comune di Chioggia è di fatto diviso in due aree tra loro contrapposte; due comunità vivono una al porto di Chioggia, l'altra sulla lingua di terra di fronte alla riva del canale Lombardo, quindi su due rive contrapposte; al foresto, come lo chiamano loro, sembrano tutti uguali per dialetto, molto bello e con alcune espressioni latineggianti molto evidenti, e per cadenza o, se volete, cantilena, che a me piace chiamare musicalità nel senso antico del termine

In realtà le comunità sono ferocemente divise, per alcune differenze semantiche e fonetiche, per mentalità, per diversa organizzazione sociale, per attaccamento religioso; i chioggiotti, comunità forse un po' meno chiusa della rivale comunità dei marinanti, pescatori di professione, hanno una vocalità molto più musicale, vocali molto lunghe, proprie di chi chiama in mare e perciò "la tira longa", hanno una concezione della vita nettamente più edonistica dei marinanti, sono meno chiusi e al contempo più attaccabrighe dei marinanti; questi ultimi sono prevalentemente ortolani, sparagnini, hanno una vocalità più breve e sbrigativa, un forte attaccamento religioso, una visione della vita più pessimista dei chioggiotti; bene, per non farla troppo lunga, le comunità si sono talmente contrapposte tra loro da arrivare addirittura al risultato per cui quasi tutti, in particolare tra i marinanti, hanno lo stesso cognome e per distinguersi devono sistematicamente adottare, anche ufficialmente, un soprannome; ancora: per lunghissimo tempo i genitori e i parenti di una ragazza marinante non ammettevano che la ragazza si sposasse con un chioggiotto e se ciò avveniva, dopo interminabili discussioni e drammi familiari, la sposa veniva frequentemente disprezzata dicendole ad esempio, in una discussione tra donne o di casa, "tasi ti che ti ga sposà un ciosoto", considerato per ciò stesso un poco di buono, con poca voglia di lavorare, sempre disposto a scialare le risorse di famiglia, poco avezzo a mettere da parte e ad essere previdente

I gioche di strada e di piazzo hanno spesso ben simulato situazioni di questo tipo

Veniamo ai giochi, che sono tutti giochi di gruppo

CiancoCianco a punte arrotondate

Si giocava con due pezzi di legno, tagliati dai rami degli alberi, che fornivano in abbondanza materia prima: un pezzo corto, diciamo lungo pressapoco una spanna, lavorato agli estremi con un coltellino in modo ottenere due punte apicali, necessarie alla battuta; un bastone lungo all'incirca quattro spanne di un adulto, che serviva a colpire il pezzo corto, che era appunto il cianco; il gioco consisteva nel battere al meglio su una delle due punte il cianco in modo da farlo saltare su da terra per poi, con mossa repentina e precisa, colpirlo al centro e mandarlo più in là possibile; la distanza ottenuta era l'indice di abilità da parte del battitore, che pertanto, in base alla prestazione, vedeva crescere rapidissamente la propria autorevolezza e perciò si trovava con un grande codazzo di ragazzi a sostenerlo e a inneggiare, ma poteva anche distruggerla con altrettanta rapidità se sbagliava qualche battuta; avvenuto il lancio, se il gioco veniva ben organizzato, si poteva avere un ragazzo sul lato opposto, particolarmente abile, che con pari battuta rilanciava il cianco nella zona da cui era partito e tutto ciò avveniva spostandosi continuamente, lanciatori e codazzi che parteggiavano per l'uno o per l'altro,con movimenti molto rapidi, urla di incoraggiamento, grida di delusione, una concitazione che tutti coinvolgeva e scarti di direzione improvvisi e rapidi per evitare di prendere l'attrezzo in faccia: il gioco era in effetti pericoloso, non di rado accadevano episodi di ragazzi colpiti in faccia dal cianco; l'evento peggiore era il colpo agli occhi, molto pericoloso perché in un paio di casi che mi erano stati raccontati a scuola, i ragazzi avevano perso un occhio; uno in particolare, più grande di me , l'avevo visto con un occhio di vetro

Cianco a punte arrotondateVisto con gli occhi e le categorie interpretative di oggi direi che si trattava di un gioco in cui la domostrazione dell'abilità portava rapidamente alla leadership di un gruppo e perciò il battitore di cianco era temuto e aveva il diritto di ottenere la battuta quando si presentava nell'area di gioco

La fiondaFionda con forcella a V rembi diritti

In dialetto fiondra , quella conosciuta da me era piuttosto moderna perché tra i materiali c'erano la gomma di camera d'aria e un pezzo copertone o di cuoio tratto da una scarpa vecchia

Voglio dire subito che con la fionda si giocava anche, ma l'attrezzo poteva anche venire utile per la caccia a qualche passero e soprattuto per compiere atti di piccolo teppismo, che i ragazzi consideravano in ogni caso una dimostrazione di abilità e perciò uno strumento per gareggiare tra di loro

Costruzione: la fionda non si comprava pronta, per altro non c'erano soldi, ma si costruiva nel seguente modo:

-procurarsi una forcella di legno da un albero o da un arbusto lungo i tanti fossatI, doveva essere di un legno duro, molto resistente, con una elestaticità sufficiente per resistere alle sollecitazione del tiro; la forcella doveva essere sufficientemente ampia per far passare un sasso non particolarmente grande ma bislungo; la forcella poteva essere una perfetta V, ma poteva anche ssere una V arcuata; quest'ultima era la migliore per efficacia e anche per eleganza; rara da trovare

-procurarsi delle strisce di gomma, in genere ricavate da una vecchia camera d'aria da bicicletta oramai inutilizzabile

- procurarsi un pezzo di cuoio o di copertone alto circa cm. 5 e lungo circa cm. 8 e taornire gli angoli fino ad ottenere un fondo di forma ovoidale

-procurarsi infine un buon cordino sottile molto resitente

Fionda con forcella a V rembi dirittiTogliere la scorza alla forcella, portare i due rebbi ad una lunghezza di 10 cm. circa dal loro punto di incrocio, stessa misura per il manico o un paio di cm. in più; circoncidere i rebbi alla distanza di circa 1 cm. dai loro apici, incisione alta intorno qualche millimetro, profondità di circa 3 mm., che servirà ad alloggiare le fettucce di gomma

Ritagliare due fettucce di gomma dell'altezza di circa 12 mm., non oltre 15 mm. evitando accuratamente le imperfezioni per evitare che le fettucce, in tiro, non si lacerino, con effetti che possono essere anche molto pericolosi; la lunghezza è di circa 2 spanne di una mano adulta: al netto dei nodi le fettucce devono risultare di circa una spanna e mezza

Praticare due fori verso le estremità del fondo in cuoio o copertone, in preciso parallelo e annodarvi le fettucce, che devono risultare della stessa lunghezza a nodi ultimati; i nodi devono venire bloccati con uno strettissimo nodo in cordino per ogni nodo di gomma

Annodare le estremità rimanenti delle fettucce ai rebbi della fionda, facendo la massima attenzione alle lunghezze, che devono risultare identiche; bloccate infine i nodi di gomma con nodi strettissimi di cordino; se intendete usare la fionda è buona norma bagnare il cordino, senza bagnare la fionda, che invece sarebbe bene ingrassare un po' o oliare a protezione del legno e ad esaltarne l'elasticitàFionda con forcella a V rembi diritti annodata

Fate qualche prova di tenuta dei nodi senza caricare la fionda; quando sarete certi della tenuta, potrete caricare la fionda con un sasso e mirare a un bersaglio; il tiro può essere fatto in linea retta, ma è pericoloso, potrebbe arrivarvi il sasso su un dito oppure potrebbe arrivare in faccia a qualcuno; mirate quindi verso l'alto, ma non in zona abitata per non prendere in faccia qualcuno o per non spaccare qualche vetro, come spesso accadeva a noi; uno degli atti di piccolo teppismo che caratterizzava i possessori di fionda consisteva nel tirare e centrare gli elementi di ceramica e poi di vetri intorno ai quali giravano i cavi aerei della corrente elettrica, che noi chiamavamo cìcare ovvero chicchere e quindi tazze, perché a queste assomigliavano
Tirate quindi verso l'alto, in aperta campagna, non contro le chicchere e con gesto arcuato da parte del braccio con il quale impugnate la fionda; tenete lontani in particolare i bambini, ma anche gli amici, perché se tirate male o la fionda ha un guasto in un qualsiasi punto il sasso potrebbe prendere una qualsiasi indesiderata direzione e fare male

ScaloneDisegno su foglio A 4 di Scalone o settimana

Gioco non violento, poteva essere fatto anche con le "femmine"

Consisteva nel disegnare in terra, nei cortili delle case in genere o nelle corti delle grandi masserie, dette boarìe, un rettangolo piuttosto grande ripartito in 6 riquadri e un piccolo semicerchio in testa al rettangolo; per questo motivo in qualche posto si chiamava anche settimana, 6 riquadri più il semicerchio, denominato domenica; si disegnava quindi un bel rettangolone per terra con un sasso o, meglio ancora, con una scheggia di mattone, che, dato il colore, consentiva di vedere molto bene il perimetro e i riquadri; uno scalone minimamente impegnativo richiedeva un riquadro da saltare, per aumentare la difficoltà del salto

Disegno su foglio A 4 di Scalone o settimanaCome si giocava: a partire dalla serie di sinistra dei riquadri e dal lato del semicerchiio, si doveva lanciare con la punta del piede di salto la scheggia di mattone o il sasso nel riquadro successivo, non più in là, non più in qua, non sulla linea di divisione, che non doveva essere comunque calpestata e neanche toccata con il piede; si saltava con un solo piede e perciò si doveva flettere un ginocchio e piegare all'insù la gamba; l'infrazione ad una qualsiasi di queste regole comportava l'obbligo di ricominciare dall'ultimo riquadro superato regolarmente; lo scalone più difficle comportava il salto di un riquadro senza potervi transitare, in genere segnato con una croce di S.Andrea; vinceva chi compiva il percorso netto con meno errori e prima degli atri in gara; a scalone si giocava in pochi, in tre o quattro ragazzini, non di più, prooprio per il tipo di gioco, diversamente sarebbe velocemente avvenuta la distruzione dello scalone; era quindi un gioco da cortile, all'aperto, tra amici, ma a volte poteva essere fatto anche in spazi pubblici a dimostrare la propria abilità, circondati da ragazzi vocianti che non lesinavano negli spintoni

Baete

E' il nome dialettale di palline

Il gioco era diffusissimo, si giocava escluivamente all'aperto, per strada o in piazza, richiedeva poco spazio e una buona abilità di mano e di dita; tipico dei ragazzi sotto i dieci anni, veniva da questi lasciato ai più piccoli appena crescevano un po' sopra i dieci anni

Il gioco consisteva nel mettere a disposizione delle piccole biglie di terracotta, colorate, in una fila regolare, distanziate di pochi centimetri tra di loro, con una testa, che poteva essere costituita da una biglia più grossa o di un colore diverso o, meglio ancora, da una biglia di vetro colorata all'interno, che era un lusso ed era molto ambita; la biglia di testa era detta "papa"

Si giocava disponendo una biglia di terracotta davanti alla fila, distante alcuni centimetri ( la distanza era spesso oggetto di dispute e zuffe con non poche manate e spinte), non del tutto in asse con la fila, che i più furbi cercavano di tenere un po' arcuata, e colpire questa biglia con il dito indice che scattava dal cerchio prima formato con il pollice; il colpo doveva essere preciso e della forza giusta, la biglia doveva colpire le biglie della fila e se colpiva direttamente il papa il giocatore vinceva tutta la fila

Le biglie colpite finivano in una delle due tasche dei pantaloncini (rigorosamente corti anche d'inverno), che così si gonfiava vistosamente

Le biglie costituivano il capitale di rischio, messo a disposizione per poter giocare, spesso in concorso tra ragazzi, che formavano il classico capannello: chi ce le rimetteva andava a comprarsene delle altre, se aveva qualche soldo, oppure, se trovava un amico disposto a rischiare le proprie o che si sentiva imbattibile, ritentava la sorte oppure ancora lanciava la sfida a qualche rivale

In genere a questo gioco partecipavano pochi giocatori, diciamo da due a quattro in genere, ma molti più ragazzi vocianti, che davano consigli ai loro amici, si dividevano in sostenitori per l'uno o per l'altro, si spintonavano per avere la miglior visuale, si insultavano, si davano qualche schiaffo, accendevano brevi zuffe, lanciavano sfide per i giorni successivi, che spesso rimanevano solo dichiarate per mancanza dei soldi necessari comprarsi le biglie

Chi arrivava a casa con le tasche gonfie comunque rischiava, dopo il trionfo, di prendersi una sberla dalla madre per procurato sfondamento della debole tela delle tasche

Il gioco è scomparso quasi all'improvviso tra la metà e la fine degli anni '60, praticamente con la diffusione di massa dei televisori nelle case, che in parte distrussero e in parte cambiarono i modi di aggegazione dei ragazzi: ci si trovava sempre di più a guardare Rin TinTin che a giocare a baete

Sassi sull'acqua

Ho usato intenzionalemente il su al posto di nell'acqua perché l'abilità stava proprio in questo: lanciare un sasso con una traiettoria tale da fargli colpire la superficie dell'acqua di uno dei tanti fossati e canali di scolo e farlo rimbalzare per più volte sulla superficie finché non perdeva velocità e fatalmente la forza di gravità lo mandava a fondo

Pare semplice, non lo è

Prima di tutto bisognava saper scegliere bene il sasso dai mucchi di ghiaia che costeggiavano le strade: doveva essere piatto, superfici molto lisce, un'estremità più stretta

Poi biosgnava scegliere una superficie d'acqua priva di ostacoli, quali piante acquatiche, pezzi di legno, rami ecc..., come spesso capitava

Infine serviva un tiro molto teso, radente, deciso, ma non troppo potente, pena l'inabissamento del sasso al primo colpo e questo esigeva un allenamento molto assiduo, che solo i più grandicelli naturalmente avevano

Il gioco era quindi di pura abilità: si pensi come si imparava ad allenare il colpo d'occhio,l'uso delle dita, pollice e indice,della mano e del braccio, la concentrazione, la freddezza nel momento del colpo, tutte cose che sarebbero servite nella vita adulta, per le attività pratiche e nelle relazioni sociali; ci si allenava a colpire giusto, nel momento giusto, con la massima efficienza e al meglio della concentrazione; di adulti così, da ragazzo, sotto la loro scorza cotta dal sole e dalla fatica, ne ho visti parecchi

Il gioco poteva essere individuale e solitario, una sfida a migliorarsi, ma poco divertente, molto più di frequente a piccoli gruppi, nei quali i meccanismi erano i soliti e nei quali i ragazzi più piccoli maturavano, diventavano più abili e alla fine alcuni di loro emergevano

Guerra

Sì, i ragazzini, specie i più piccoli, nati subito dopo la guerra, giocavano alla guerra

I racconti dei loro padri, madri, nonni e nonne, erano lo spunto per invenzioni della fantasia dei ragazzini, che si improvvisavano guerrieri e combattenti

Dei semplici rami, vagamente sagomati da fucili o mitragliatrici, fungevano da armi; i ragazzini si nascondevano dietro grosse piante, a base molto larga, che vagamente richiamavno postazioni di trincea o nascondigli per il contrattacco e da lì, con la loro vocalità, imitavano le armi, lanciavano urla, dichiaravano colpito, ferito o morto un partecipante, attaccavano una zuffa e si arrendevano al più forte, finché non rimanevano senza fiato e si buttavano a terra per riprendersi, sporchi, qualche volta laceri (un bel 7 sul posteriore dei pantaloncini faceva ovviamente imbestialire le loro madri, in alternativa uno sbrego sulle tasche che si impigliavano in qualche ramo), felici per aver giocato al massimo delle loro energie

Ho parlato dei racconti guerra, che di fatto erano la fonte ispirativa; in tempi di pura trasmissione orale dei ricordi, della cultura, dell'intrattenimento, in cui non c'era la televisione e la radio era per pochi, lo scampolo di tempo che rimaneva nel dopo cena, prima di andare a letto (ci si andava quasi con l'orario delle galline per alzarsi poi al buio o al più con la luce crepuscolare della primissima alba) veniva impegnato o per qualche bereve gioco in casa fatto con bottoni o fagioli ad esempio, o da storie raccontate dai gentori, storie di attualità e del passato, o ancora dai racconti di guerra dei reduci, che con tono grave e ispirato, lo sgaurdo rivolto lontano, rievocavano le loro sofferenze, i pericoli, le persone conosciute, le terre, i luoghi, le città sconosciute e visitate, le usanze negli eserciti, le sofferenze dei civili, i nomi dei caduti sotto i bombardamenti, gli sfollati, le privazioni, gli stenti, le vendette

Tutto ciò colpiva la fantasia dei bambini e dei ragazzini, i quali trasformavano questi racconti in creatività ludica, impersonavano, da ragazzini, i ruoli dei padri, trasformavano drammi e tragedie in gioco che ai loro occhi li sapeva riprodurre e li emulava; a me questa sembra una considerazione interessante sulla tradizione orale e sulla sua forza evocativa e di stimolo della fantasia e della creatività; riprenderla, con modernità e nel contesto odierno, credo sarebbe un'ottima integrazione con i media del racconto e costituirebbe un'ottima opportunità, anche competitiva, per il benessere dei ragazzi, futuri adulti, troppo poco formati all'ascolto, troppo sbilanciati, credo io, sulle frasi ad effetto, corte, prive di argomentazione, e sui luoghi comuni

Il gioco della guerra finiva quando i ragazzini dovevano finire di giocare, presto, per occuparsi di qualche incombenza loro affidata da padri e madri, che riguadava piccoli lavori nel cortile, nella stalla, nei campi o nelle attività artigianali della famiglia

Musaegno

Lemma dialettale puro; pur essendo una parola composta, è da tempo immemorabile considerata un'unica parola perché esprime un concetto unico, relativo appunto a questo gioco; tradotto: asina (musa con la s sorda), vengo(egno, cioè vegno con l'elisione della v)

Normalmente un gioco da piazza, quando c'erano diversi ragazzi in circolazione, i quali, prima di andare a messa, a catechismo o a confessarsi o dopo l'uscita dalla chiesa oppure ancora a seguito semplicemente di una loro concentrazione in qualche punto della piazza, pronti rispondevano alla chiamata di quello che tra loro prendeva l'iniziativa e giocavano a questo gioco che consisteva nel saltare l'uno in groppa all'altro cercando di formare una groppa, quella dell'asina appunto

Il gioco non aveva una durata fissa, era pur sempre una sfida, in questo caso di resistenza e di capacità di sopportare il peso, in particolare per il ragazzo di testa, che urlava ordini per tenere la groppa cpmpatta, inveendo contro i ragazzi che si muovevano troppo a rischio di far crollare la groppa al primo salto

Naturalmente ciascuno poteva abbandonare quando voleva e farsi sostituire da un altro e il gioco andava avanti fin tanto che c'erano ragazzi a sufficienza e soprattutto forza a sufficienza; durava poco tempo, era quasi un passatempo, giusto per ingannare l'attesa prima che quacos'altro cominciasse oppure per accomiatarsi prima di prendere ciascuno la propria strada

Tàchemea

Altro termine dialettale, letteralmente "attaccamela"

Non si è mai specificato che cosa, chiaramente alludeva a qualcosa da togliersi ed attaccare ad altri; spesso si tirava a sorte per stabilire chi partiva e doveva attaccarla ad altri e anche la conta a sorte, con una delle solite filastrocche, era oggetto di liti, reclami, zuffe; sì, perché ci si metteva in cerchio, con una sommaria trattativa si stabiliva a chi toccava dire la filastrocca che avrebbe designato il "fortunanto"; chi faceva la filastrocca però cercava di non farla terminare su se stesso, allungando le vocali, deformando la scansione, facendo un po' di versi e qualche salto nella conta per evitare di essere lui a dover partire; questa tiritera era oggetto di reclami, spinte, qualche calcio e qualche manata, finché non si arrivava finalmente all'accordo

Raggiunto l'accordo, il cerchio si allargava, il designato, quello che l'aveva, guardava uno per uno i suoi compagni di gioco, fingeva di puntarne uno per poi lanciarsi repentinamente su un altro, che doveva essere prontissimo a scattare e allontanarsi per non farsi toccare con la mano da chi l'aveva; si rincorrevano a perdifiato i ragazzi, finché uno dei due desisteva; se l'inseguimento era fallito, il designato tornava al punto di partenza e ripeteva la prova con un altro e se aveva abilità e fortuna riusciva a togliersela così che poi toccava al ragazzo che aveva toccato prendere il ruolo

La sfida si ripeteva nel tempo e tra i ragazzi si tenevano un registro mnemmonico della graduataria dei loro successi e insuccessi, come negli altri giochi

A ripensarlo adesso, questo gioco potrebbe alludere alle tragedie delle epdidemie che nei secoli periodicamente avevano afflitto le popolazioni e alla possibilità di liberarsene con un atto di volontà e abilità, la maggior forza di un individuo rispetto all'altro, ma anche la maggior forza di un individuo rispetto a una malattia

L'ultima grande epidemia del novecento è stata la spagnola, all'epoca i miei nonni erano dei giovanotti e perciò la ricordavano molto bene e la raccontavano molto bene, ricordando la falcidia di vite umane alla fine della seconda decade del novecento, un numero di morti non inferiore ad almeno la metà dei morti per la guerra, probabilmente di più; si trattava di un'influenza arrivata con una capacità distruttiva enorme, diventata pandemia, che se ne andò all'improvviso, senza interventi medici ad hoc, dato che all'epoca la medicina non era ancora abbastanza attrezzata per sviluppare difese efficaci

Ma esistevano altre patologie diffuse nella popolazione, che, priva di acqua corrente e di una minima educazione di profilassi, viveva in condizioni igieniche precarie e in notevole promiscuità con gli animali, dai volatili da cortile ai bovini e agli ovini: scabia, rogna, piattole, zecche, pidocchi, per non parlare delle malattie esantematiche, come il morbillo, la varicella, scarlattina della pertosse (detta molton), che non avevano una vaccinazione, a differenza della difterite, del vaiolo e della poliomelite, che ebbero invece i vaccini via via con i progressi della ricerca medica

In sostanza il concetto di contagio era ben presente, meno presenti invece le difese dal contagio, anche perché i bambini erano tanti, vivevano in famiglie numerose e non di rado in agglomerati di famiglie patriarcali, nelle grandi boarìe che ospitavano più famiglie nucleari; le scuole, dall'asilo alle elementari, vedevano una grande concentrazione di bambini, i quali facilmente se la passavano ovvero se la tacàvano : togliersela e passargliela a un altro non poteva essere quindi che un gioco per bambini e ragazzini, una metafora del passaggio dalla malattia alla guarigione: quando guariva uno, passava a un altro, quasi che quest'ultimo evento fosse l presupposto del primo

Nascondino

C'è poco da dire, è conosciutissimo, si giocava coinvolgendo anche i più piccoli, così imparavano a stare in gruppo, si giocava spesso nelle corti e nei cortili di casa, tra cataste di legna, fienili, pagliai, stalle, anfratti, alberi

Gioco gioioso, in genere non c'erano zuffe, anche perché c'erano i più piccoli; al massimo ci si potevano sbucciare le ginocchia o fare qualche sbrego agli abiti, ma, per il nascondino, c'era più tollerenza, perché il guaio, se c'era,era davvero fortituito