Banco da Falegname con morsa a sinistraHo fotografato di recente qualche oggetto da lavoro e della vita quotidiana risalenti al novecento, ma propriamente ed esclusivamente novecenteschi.

Gli attrezzi di falegnameria, molto ben restaurati, mostrano alcuni strumenti di lavoro del falegname o, come si dice con un termine dialettale molto diffuso, del marangon; questo nome ha a sua volta generato il cognome di molte persone, specie nel padovano.

I marangoni erano ovviamente molto diffusi, presenti pressoché in tutti i paesi, necessari per l’economia rurale delle campagne ( ma anche delle città) oltre che per l’edilizia, che di loro aveva bisogno per chiudere in modo più o meno sicuro per chiudere i fori delle case con serramenti appropriati e anche per fornirle della mobilia minima necessaria per la vita di tutti i giorni, dalla credenza con vetrinetta della cucina alla camera da letto fino a secchi e mastelli e tavole per lavare i panni, ma anche altro, come attrezzature per le chiese, le osterie e quant’altro fosse necessario per il buon andamento delle tante attività.Pialle da Falegname

Alcuni anni fa un chirurgo in pensione, di nome Marin, la cui famiglia era originaria di Monsole, un piccolo paese nel comune di Cona, provincia sud di Venezia, paese che probabilmente ha preso questo nome durante l’occupazione francese in epoca napoleonica o da “mon soleil” o “da monsieur “, condusse ricerche in profondità in biblioteche e archivi parrocchiali. I suoi avi, che al tempo delle guerre napoleoniche si erano schierati con gli austriaci e da questi furono premiati dopo il trattato di Vienna con una enorme proprietà di campi vallivi, volendo recuperare i campi, che all’epoca erano valli sotto il livello del vicino mare Adriatico e che pertanto non rendevano niente, incaricarono il marangon Sante Baseggio di costruire un’attrezzatura idonea a prosciugare i campi per poi metterli a semina.

Sante Baseggio, che è un mio avo ad ascendenza diretta (se ho fatto bene i conti dovrebbe essere stato nonno di mio nonno Arnoldo, nato nel 1891e morto nel 1960) inventò una ruota a pale di legno, più o meno le stesse utilizzate per ripulire il granoturco dalla “pula” lanciandolo contro vento, la quale ruota veniva azionata da animali, in genere cavalli da tiro e asini, particolarmente robusti, che permise ai Marin di recuperare centinaia e centinaia di campi, diventare latifondisti e ricchi, ma non permise a Sante Baseggio di diventare a suo volta ricco: il marangon aveva un livello di vita in linea con il livello medio dei contadini piccoli proprietari e si adeguava, nell’acquisizione di reddito, all’andamento dei raccolti di questi contadini.

La ruota, se ricordo bene, è documentata nell’archivio dell’Istituto di Idraulica (non so a quale dipartimento sia aggregato ora) dell’Università di Padova.

Graffietto da FalegnameAnche Arnoldo era naturalmente un marangon, come i suoi avi e come lo furono pressoché tutti i suoi sette figli maschi e, ahimé, pochissimi tra i suoi nipoti: la distruzione del tessuto economico e sociale delle campagne venete avvenuta con la grande emigrazione degli anni cinquanta e sessanta verso le città industriali del nordovest del paese mise in crisi il mestiere sia sotto il profilo della sussistenza reddituale dello stesso marangon sia sotto il profilo dell’attrattività: nuovi mestieri, meno impegnativi e più remunerativi portarono all’abbandono del mestiere e con esso alla perdita di pregiatissime abilità tecniche, che ora risulta pressoché impossibile ricostituire.

L’altro oggetto fotografato costituito in realtà da tre oggetti , ha costituito, con un altro oggetto finora risultatomi irreperibile, un sistema di utensile per la pulizia quotidiana della persona propria del tempo in cui nelle case non c’era l’acqua corrente, non c’era il riscaldamento, non c’era il “bagno”.

Le case e, nelle campagne padovane, i casoni, non avevano dotazioni igieniche fisse.

I bisogni fisiologici venivano espletati all’aperto con la complicità di alberi, di cespugli e del buio, o, alla meglio, in bugigattoli tirati su con poche assi di legno o pali e paglia, naturalmente sopra una buca scavata nel terreno sufficientemente capiente.

Catino, portacatino, brocca e portasaponeLa pulizia del corpo veniva espletata in luoghi riparati per le donne e all’aperto per i maschi durante l’estate, con l’esclusione del “bagno integrale”, mentre d’inverno la lavatura avveniva dentro le case.

La lavatura ordinaria, diciamo quella del mattino e poi quella della sera al rientro dal lavoro, utilizzava un bacile o catino di metallo smaltato di bianco con il bordo smaltato di blu, una brocca per versare l’acqua nel catino smaltata allo stesso modo, un secchio igienico( l’oggetto che non sono riuscito a reperire) per la raccolta dell’acqua sporca smaltato allo stesso modo, chiuso da coperchio dotato al centro da chiusino con ritorno, in modo tale che, versata l’acqua sporca, il chiusino garantisse di nuovo la chiusura totale con il coperchio. Questi oggetti, assieme al pitale, che serviva in caso di necessità notturne, erano gli oggetti “igienici” in dotazione per almeno un paio di secoli nelle case delle campagne.

Secchio igienico
Secchio igienico

Ho ricordi splendidi in proposito di quando d’estate mi lavavo sull’aia, all’aperto, spruzzando acqua dappertutto; naturalmente quel modo di lavarmi e di lavare qualche stoviglia a casa, mi è rimasto, con grande dispetto di miei familiari, pronti a rimproverami di bagnare dappertutto, ma non altrettanto pronti a comprendere la mia istintiva felicità in questo comportamento.

Meno splendidi invece, perché mi richiamano fatica e tribolazione, i bagni invernali nel mastello di legno, vera e propria impresa; il processo era piuttosto complicato: procurare l’acqua al pozzo artesiano del paese, accendere il fuoco nella stufa, riscaldare l’acqua in pentole molto capaci (d’estate la lasciavamo al sole), versarla nel mastello con molta attenzione a non ustionarsi, denudarsi quasi sempre in ambiente freddo quando non gelido ,infilarsi nel mastello sperando di aver indovinato la temperatura, altrimenti il processo si complicava di molto (svuota in parte, rimani al freddo ,riempi , ridosa, riprova), lavarsi con un buon sapone di marsiglia, che faceva regolarmente bruciare gli occhi, sciacquarsi, rizzarsi dentro il mastello per mantenere la parte bassa delle gambe ancora un po’ al caldo, saltare fuori dal mastello per finire in fretta di asciugarsi e quindi riuscire a vestirsi al più presto , sfidando il freddo magari con una maglietta fatta riscaldare prima sui ferri dell’apposito anello attaccato al tubo della stufa: per un ragazzino sequenza e sincronia non erano propriamente facili, per fortuna la mano sicura della madre rimediava a tutte le incertezze.

La vista di questi oggetti ha riacceso ricordi lontani di vita grama e al contempo felice che tanti come me e prima di me hanno vissuto: grama perché povera, faticosa e non priva di pericolo, felice perché una maglietta calda di lana e la libertà di lavarsi e sguazzare all’aperto ci davano felicità vera.