Si parla e soprattutto si ricorda poco del lavoro delle donne nel Novecento.

A partire da qualche oggetto ritrovato, cercherò di dare alcuni frammenti di descrizione della fatica delle donne, così come riuscivo a osservare da bambino e ragazzo, nell'universo chiuso del comprensorio che conoscevo, convinto com'ero assieme a  tutti gli altri che ciò che vedevo fosse "naturale", stabilito dall'ordine "immutabile" delle cose, ordine in cui gli uomini erano i padroni delle cose, delle idee, dei sentimenti, delle vite dei loro familiari e dei gruppi sociali, in particolare delle donne, nelle quali includo ovviamente le bambine, che, in quanto femmine, avevano una considerazione diversa e minore degli altri esseri umani.

Non intendo fare una sociologia della storia delle campagne venete quindi tornerò ai miei oggetti e di loro parlerò divagando per raccontare anche delle persone che li usavano e di come condizionassero la loro vita.

Trovate nella galleria quattro immagini, per ora, abbastanza significative; ne mancano altre di importanti, ma si tratta di  attrezzi di legno scomparsi dall'uso sul finire degli anni '60, come i mastelli di legno e le tavole da lavare, con i secchi, anch'essi di legno, attrezzatura destinata a deperire molto rapidamente per le sue caratteristiche fisiche  e molto volentieri abbandonata e distrutta con l'avvento delle lavatrici elettromeccaniche.

Il ferro da stiro

Fabbricati in ferro, ce n'erano di varie grandezze: quello che vedete è uno dei più piccoli e recenti; i più grandi erano  quasi maestosi, lunghi e appuntiti, solcavano  lenzuola,camicie, tovaglie e fazzoletti con un'efficacia impressionante: non esiteva fino agli anni settanta circa l'asse da stiro, quinsi stirava direttamente sulla tavola della cucina, protetta da una coperta e da un telo bianoco, quasi sempre un vecchio lenzuolo; i ferri da stiro erano costituiti da un braciere con feritoie laterali e con piastra sottostante portata in temperatura direttamente dalle braci, da un coperchio incernierato nella parte retrostante del braciere e fermato in punta da apposito gancio di blocco, che, nei modelli più usuali e meno costosi,era di ferro, privo di protezione lignea ad evitare di scottarsi le dita; un grande manico in ferro con impugnatura di legno,che si muoveva sull'asse del manico,completava l'attrezzo.

Le bruciature sulla biancheria in particolare purtroppo capitavano ed erano oggetto di frasi di scherno e offensive, che facevano pesare il danno e che davvero umiliavano la donna che stirava; en pendant era necessario, allo scopo di evitare sprechi, ravvivare le braci non appena si vedeva calare l'efficacia della stiratura, dvuta al calo di temperatura della piastra; per farlo la donna doveva compiere un'operazione faticosa e ben precisa: assicurarsi che il fermo bloccasse bene il coperchio, prendere il ferro, lasciare andare penzoloni il braccio impegnato curvando un po' la schiena in avanti, quindi dare un  movimento a pendolo piuttosto ampio e deciso al braccio in modo tale che l'aria così provocata, attraverso le feritoie,ravvivasse le braci; c'era sempre poco da bruciare, a parte nelle case dei benestanti, in genere dei cosiddetti masarioti (derivante da massaro ritengo) quindi bisognava economizzare perché ogni brace messa nel ferro da stiro era sottratta alla stufa, quindi al riscaldamento della cucina e alla cottura del cibo, la cui base era costituita da brodo di vegetali e legumi e di gallina, se c'era, e che quindi esigeva parecchio comustibile.

Interno di ferro da stiro a braciereA fine stiratura, una volta raffreddato, il ferro veniva svuotato dalla cenere e quasi subito la piastra veniva sottoposta a manutenzione, per evitare che le impurità che si erano attaccate si solidificassero troppo; l'operazione veniva fatta con carta vetrata, paglietta metallica e stracci di lana a rifinire.

La falce da frumento

Attrezzo agricolo che ha fortemente caratterizzato il lavoro nel '900 fino alla simbologia particolarmente evocativa di movimenti e partiti politici, simbologia sopravvissuta anche nel 21° secolo nonostante il lavoro rappresentato dalla falce sia scomparso da oltre cinquant'anni   Falce piccola da frumento

L'attrezzo in dialetto si chiamava falséto, era simile a una roncola, che però era meno arcuata all'indietro e decisamente più piccola perché serviva a sminuzzare l'erba da dare agli animali da cortiile, a tagliare il colletto delle barbabietole  oltre che per svariate operazioni della casa rurale; il falséto si differenziava ovviamente anche dal falsìn, che è la falce grande con la quale si sfalciava l'erba delle rive, lungo i filari di vigne, le scarpate dei fossi e ancor più, prima dell'avvento della falciatrice meccanica motorizzata, i campi di erba medica, detta spagna; spagnara era denominato il campo di spagna, che, sfalciata, si trasformava in fieno e foraggio per le bestie della stalla; la sfalciatura con la falce grande era un lavoro da uomini, i quali tenevano la pietra per affilare la grande lama in un corno di bue o di legno appeso alla cintola nella parte posteriore delle braghe da campagna; era titpico vedere gli sfalciatori alzare il falsìn, puntare il manico contro il terreno, afferrane la parte terminale alta con una mano e poi passare la pietra, che aveva la forma di un romobo molto allungato, sulla falce; il falsìn è rimasto in uso fino agli settanta almeno, via via sostituito dalle nuove attrezzature meccaniche alimentate da motori più o meno grandi, secondo necessità e professione, si trattasse di giardinieri del sabato-domenica o di giardinieri professionisti oppure ancora di contadini che avevano e tuttora hanno necessità di tenere puliti i fossati di scolo che interessano la loro proprietà 

Torniamo a noi; la falce da frumento non era uno strumento solo per donne, ma le donne la usavano al pari degli uomini, naturalmente venivano pagate meno, anche quando mietevano quanto e di più degli uomini e inoltre  venivano impiegate anche quando erano in stato avanzato e avanzatissimo di gravidanza; consideriamo che la mietitura avveniva a cavallo tra giugno e luglio, con un caldo torrido, cibo e acqua scarsi, e per le donne incinte era un vero calvario di fatica doversi chinare per taglare alla radice le piante mature di frumento mettendo contemporaneamente  in grave tensione i muscoli della schiena e delle gambe per portare il peso del bimbo nascituro; come al solito poi, tornate a casa,le aspettavano le mille incombenze di casa, dalla cura di altri bambini, alla preparazione della cena, gli animali da cortile, lavare e stirare, accendere e attizzare il fuoco, procurarsi l'acqua 

Non finiva qui, con la falciatura del frumento si comprendeva l'accatastamento delle piantine in covoni,  come quelli dipinti dai pittori impressionisti,e la trebbiatura, dove le donne erano ben presenti: terribile il palco della trebbia, che era la parte alta della straordinaria macchina dalle tante cinghie, pulegge, bocche di entrata e uscita, turbinio di polvere, attorno alla quale si incrociavano voci ad alto volume per superare il rumore della macchina (in gergo si diceva appunto andare alla macchina) ; macchina pericolosa perché con un errore di movimento il palco ti poteva inghiottire e maciullare: era raro, perché ci andavano solo persone molto esperte e tra queste non mancavano le donne, ma ogni tanto arrivava qualche brutta notizia; la trebbiatura chiudeva l'attività stagionale del frumento chiamata in dialetto meanda, che sostanzialmente consisteva nella concessione da parte del proprietario della terra fatta ai contadini liberi da contratti fissi di lavorare e di avere un'occasione considerata molto buona per portare a casa paga o frumento, più spesso frumento che soldi: se riuscivano ad andarci marito e moglie era considerata una vera fortuna, i bambini venivano affidati a nonne, zie e vicine, che, solidali com'era d'uso nel microcosmo del paese o del borogo, se ne occupavano,  per riconsegnarli in genere stanchi dei tanti giochi, affamati e lerci ai genitori che ricasavano la sera.

Il macino dell'orzo

Provvedere alla preparazione del cibo per la famiglia era un lavoro base delle donne ed era altresì considerato un requisito indispensabile da parte dei genitori e delle madri in particolare per poter sposare le figlie: nessun partito avrebbe accettato una sposa incapace non solo di cucinare, ma anche di compiere tutte le operazioni preliminari per poter compiere quello che veniva considerato comunque un dovere, anche per le ragazze che rimanevano in casa, in quanto donne, perché questa condizione faceva parte dell'ordine precostituito della società patriarcale organizzata sulla base del potere maschile.

E' noto in antropologia che il rapporto tra il lavoro delle donne e  il cibo è sempre un rapporto mediato da due elementi base: l'acqua e il fuoco; due elementi problematici perché l'acqua bisognava procurarsela e il fuoco anche  e bisognava sopportare una grande fatica per addomesticare entrambi gli elementi.

Fino alla metà degli anni sessanta non c'erano o quasi acquedotti nelle campagne della bassa padovana: l'acqua si prendeva dal pozzo di casa, posto che se ne disponesse, ma spesso quell'acqua non era potabile, così che per l'acqua potabile bisognava andare a piedi o in bicicletta con secchi, bidoni o botti trainate da asini ai pozzi artesiani dislocati in paese; la fatica era grande, il risultato poteva anche essere quello di prendere o inciampare in una buca ( le strade fino a tutti gli anni cinquanta erano di ghiaia e non d'asfalto), sbucciarsi le ginocchia e perdere l'acqua prelevata; l'operazione andava quindi ripetuta e i casi non erano per niente infrequenti.

Per il fuoco bisognava invece procurarsi il comustibile, che andava dalle foglie delle pannocchie, detti scartosi (cartocci in italiano perché accartocciavano le pannocchie), ai resti delle canne delle pannocchie, da svellere dal terreno, in dialetto detti scarnoci, ai torsoli di pannocchia, ai pali, alla legna da ardere vera e propria fino al carbone.

Accendere il fuoco non era particolarmente facile, spesso ci si scottava o ci si prendeva il fumo negli occhi a causa di materiale umido oppure faville addosso che bruciacchiavano la peluria o il viso se il materiale era troppo secco e questo in particolare se si accendeva il fuoco sul focolare; per la stufa invece, d'inverno, bisogna augurarsi di non avere il vento contro l'uscita del tubo, altrimenti il fumo tornava tutto indietro, usciva dai cerchi, riempiva la cucina del suo odore acre, affumicava le pareti e costringeva ad aprire le finestre per non avere la sensazione di soffocamento, anche se il clima esterno era gelato.

Tutto ciò come premessa non tanto divagante da ciò di cui andremo a parlare.

Il macinino d'orzo era il classico macinino da caffè, come tanti se ne vedono ancora nei mercatini ed era diffusissimoMacinino/macina caffè e orzo

L'orzo  da infusione veniva preparato avvalendosi prima di un'apposita pignata, che era una specie di padellona munita di manico, coperchio convesso dotato di un oblò curvo a semiluna, attraverso il quale era possibile osservare l'evoluzione dell'operazione preliminare, che era costitituita dalla tostatura dei chicchi d'orzo; questo era un cereale comunemente coltivato nelle campagne e di largo consumo nelle case per i tanti bambini che le popolavano.

Con questa pignata da orzo veniva dunque eseguita la tostatura sullla stufa o sul fuoco del focolare; compiuta l'operazione i chicchi venivano messi nel macinino e macinati, come si faceva per il caffè, che però molto pochi avevano, men che meno nei tempi di guerra; nelle famiglie era diffusissima la miscela di cereali, in particolare la miscela Leone, un pacchetto di cereali pressati in carta giallognola con scritte di colore marrone; ai bambini questamiscela non veniva data perché il loro intestino era ancora troppo sensibile; veniva invece servita una o due volte al giorno una bella scodella di latte caldo con orzo, che dopo la macina veniva bollito in una apposita cuccuma; il latte, proveniente direttamente dalle stalle e quasi mai scremato, veniva tagliato con acqua perché troppo pesante per quanto era ricco di grassi oppure si scremava toglendo la panna superficiale oppure ancora veniva prima sottoposto all'estrazione del buro agitandolo a lungo in un bottiglione e poi, ben smagrito, dato ai bambini con l'orzo; in questo modo i bambini assimilivano grassi animali, proteine, calcio e il cereale, che dava una discreta energia; la colazione era quella, con qualche tozzo di pane biscotto, spesso replicata la sera per cena, perché, fino a tutti gli anni cinquanta, la cena per tutti i componenti della famiglia non poteva essere garantita per come l'abbiamo conosciuta dagli anni del boom in poi, cena che comunque aveva una rigida assegnazione gerarchica: prima il capofamiglia maschio, perché lavorava o perché comunque toccava a lui in quanto capo, poi i figli, ultima la donna che tanto aveva lavorato a casa e nei campi.

Il paiolo da polenta

La polenta è stata l'alimento base per secoli nelle campagne venete, spesso l'alimento unico o quasi, in mancanza del pane che non si poteva comprare, della pasta che era difficile poter comprare se si era molto poveri e ovviamente del companatico, ossia delle proteine; all'inizio del novecento la pellagra colpì in modo diffuso le popolazioni prorpio perché mangiava solo polenta; se avevano qualche uovo le famiglie riuscivano a comperare qualcosa nella bottega del paese, soldi non ce n'erano e le uova venivano accettate come moneta perché poi rivendute dai bottegai agli ovaroli di città, i quali arrivavano col loro carretto a rifornirsi per poi rifornire gli abitanti della città; questa usanza durò di sicuro fino alla metà almeno degli anni sessanta perché la povertà nelle campagne della bassa padovana se ne andò con la massiccia emigrazione verso ovest, che infatti declinò sul finire degli anni sessanta.

Come abbiamo detto la polenta era l'alimento base e imprescindibile; i contadini ingaggiati a mezzadria o col 30% si sfiancavano nella cura dei campi di granoturco perché da un buon raccolto era garantita la polenta per loro e un po' di crusca per gli animali da cortile; nelle case quindi si trovava il granoturco in grani, dentro a sacchi sorvegliatissimi perché spesso attaccati dai topi, che avevano necessità analoghe agli umani; un bravo gatto denutrito e quindi molto più vorace dei mici di oggi era la sluzione giusta, così gli umani non si facevano depredare di quel poco che avevano e il gatto aveva assicurata la sua razione di proteine secondo la legge naturale che il più grosso, e svelto, si mangia il più piccolo.

Con sapiente capacità di economia domestica la donna di casa andava o mandava ogni tanto un po' di granturco a macinare all'immancabile mulino del paese e, se aveva qualche soldino, pagava la macina al mugnaio, altrimenti a questi lasciava la semola come compenso per l'operazione,

Ottenuta la farina, che veniva conservata nella madia o in sacchi di tela bianca, era possibile impastare la polenta, operazione faticosa, lunga e anche un po' pericolosa.

La polenta si poteva cuocere sulla stufa, se il paiolo era piccolo e comunque di misura tale da poter essere infilato dentro la stufa dalla piastra, tolti i cerchi, così che il paiolo fosse direttamente colpito dalle lingue delle fiamme che la legna poteva regalare; si poteva cuocere ovviamente anche sul focolare: il paiolo veniva appeso alla catena che scendeva sopra il braciere e su di esso si scagliavano le fiamme di ciocchi che generosamente contribuivano all'alimentazione di chi abitava quella cucina.

Ingredienti: acqua,sale, farina; durante la seconda guerra mondiali il sale era merce rara e tante famiglie non avevano un soldo per comprarlo; chi abitava nelle prossimità della laguna veneta si procurava l'acqua salmastra della laguna e con quella cuoceva la polenta.

Paiolo per cuocere la polentaStrumenti: il paiolo, che in dialetto comunemente si chiamava caliero, etimo evidentemente latino, da calidum quindi anche da  calidarium, ma se era particolarmente grande, era anche chiamato paroejo (chiedo venia per la trascrizione fonetica, ma davvero non so come si possa rendere questo suono tipico di molti dialetti veneti) e con questo termine si usava anche dileggiare le donne con misure eccessive delle natiche; la mescola da polenta, che era un bastone di lunghezza diversa a seconda la si dovesse usare con il paiolo sulla stufa (minore lunghezza) o sul focolare (lunghezza maggiore); la mescola nella parte superiore era di forma rotonda, proprio come un classico bastone, nella parte inferiore era invece di forma piatta perché doveva muovere la farina e l'impasto: sembrava un piccolo remo; con questi attrezzi, attizzando il fuoco e badando normalmente a qualche figliolo, la donna doveva lavorare per circa tre quarti d'ora, facendo la massima attenzione a che non si formassero grumi, chiamati munari, all'interno dei quali la farina non cuoceva e che quindi erano una perdita di cibo, prendendosi ogni tanto degli schizzi di impasto bollente sulla faccia o sulle braccia dato che una caratteristica dell'impasto in ebollizione erano dei soffioni che si formavano con grandi bolle di vapore racchiuse nell'impasto che poi scoppiavano rilasciando il vapore caldissimo e lanciando in aria piccole formazioni di impasto bollente.

La polenta solitamente si faceva la sera e se appena cotta si chiamava calda, mentre il giorno dopo le rimanenze venivano abbrustolite in fette.

Una volta cotta, la donna doveva compiere un'operazione difficile e pericolosa, che consisteva nel "ribaltare la polenta" sul grande tavoliere di legno, taolière in dialetto, generalmente tondo, ma, nelle famiglie numerose, generalmente quadrato e molto grande, posato sul tavolo della cucina; l'operazione era pericolosa perché con un solo colpo ben assestato e potente la donna che l'aveva cotta doveva rovesciare la polenta al centro del tavoliere prendendo il manico del paiolo con una mano e spingendolo dal basso con l'altra, protetta da uno straccio, dallo spigolo lontano del fondo in modo da compiere l'operazione con grande rapidità, prima che lo straccio o canovaccio esaurisse la sua capacità protettiva.

Mia madre mi racconta che da bambina mia nonna materna le dava l'incarico di fare la polenta mentre lei era nei campi e che siccome mia madre non ci arrivava al paiolo, le mettevano delle pietre sotto i piedi; a cottura ultimata, non essendo in grado di compiere l'operazione nel modo descritto, rovesciava la polenta sul tavoliere posato sul pavimento.

Rovesciata la polenta sul tavoliere bisognava lisciarla con una specie di piccola spatola e al termine di questa operazione si faceva una bella croce al centro con il dorso della spatola, a ringraziamento della polenta ricevuta; non restava quindi che tagliarla, con un coltello o, come prescriveva la tradizione purista, con il filo da cucire, bianco e non nero, che compiva un taglio molto preciso e senza sbavature, passandolo da sotto la polenta verso la parte superiore.

La donna che l'aveva cotta serviva le prime fette, poi finalmente poteva sedersi, ultima tra tutti.