Riprendiamo a percorrere, in questo secondo articolo, il sentiero lungo e torutoso del lavoro domestico delle donne nel novecento, in particolare nel primo novecento e fino a tutti gli anni '60, così come l'ho visto e mi è stato raccontato.

La scomparsa di molti oggetti d'uso quotidiano nelle case e la loro relativamente recente ricomparsa, parziale, nei mercatini come oggetti di curiosità utilizzati ora come soprammobili o oggetti d'arredo di fatto sta cancellando la memoria sia dei loro usi e quindi degli stili di vita sia, nello specifico, dei riferimenti della fatica, della produzione e delle relazioni familiari e sociali che tali oggetti implicano.

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Utilizzeremo alcune immagini come spunti per riferire di tutto ciò e tentare di dare un'idea, sia pure approssimimativa, della struttura sociale e dei rapporti in cui questi oggetti trovavano impiego.

Come nasceva un tessuto: ab ovo

Nelle campagne della bassa padovana, in particolare nelle prossimità di canali di bonifica, si coltivavano e si raccoglievano le canne della canapa e le canne del lino.

Non c'erano quasi mai sodi per acquistare tessuti e non esisteva una vera propria industria del tessuto sintetico, le fibre utilizzate erano naturali e spesso si ottenevano direttamente dal lavoro in proprio.

Le canne della canapa venivano messe ad essiccare al sole, successivamente venivano messe a macerare in piccoli fasci in golene e argini, bastava assicurarle in modo che il vento e un po' di corrente non le disperdessero e comunque debitamente protette dalla curiosità e dal desiderio di appropriazione indebita altrui; questa preparazione veniva quindi normalmente svolta la notte, di nascosto, allo scopo di impedire l'identificazione dei siti di macerazione ed evitare furti; una volta macerate e mondate delle foglie era possibile un buon distacco delle lunghe fibre e la loro strigliatura con arnesi simili a grossi pettini; i residui dei fusti rotti venivano destinati a combustibile o alla produzione di cellulosa; asciugate le fibre si passava alla produzione: corde, sacchi e vele con le fibre più grosse, tessuto da abbigliamento con le fibre più fini, tessuti che sono stati molto in voga fino gli anni ottanta.

Le fibre del lino sono più corte, morbide e sottili: liberate dai fusti, vengono pettinate e formano delle matasse; la pianta del lino produce anche dei semi ad alto contenuto di olio, molto usato nella verniciatura; in particolare l'olio di lino cotto veniva spesso mescolato in dosi precise alle vernici dei telai delle finestre per renderli impermeabili all'acqua e quindi durevoli nel tempo, ma era frequente anche l'uso popolare medicamentoso dei semi macerati: le donne li riducevano in poltiglia,che, raccolta in sacchetti di tela, veniva applicata in zone doloranti o infette, per esempio nei casi di acne giovanile.

Canapa, lino, lana e cotone erano le fibre base dei tessuti usati per abbigliamento e(poco)arredo nel novecento.

Abbiamo detto che c'erano pochi soldi per comprarsi i filati e ancor meno per i tessuti, quindi nelle case le ragazze e le donne filavano e successivamente, con i classici telai azionati a mano, tessevano.

Si filava con l'arcolaio, per lavori semplici si tirava il filo regolato e ritorto a mano con un attrezzo di legno simile al fuso, mentre si azionava l'arcolaio premendo il piede sulla pedanina di azionamento; il fuso invece era uono strumento di legno diritto (dritto come un fuso, filare come un fuso), un po' panciuto al centro, utile a tirare e raccogliere in modo abbastanza ordinato le fibre dai piccoli ammassi fino a formare delle matasse che poi venivano tessute; le matasse di lana invece si dipanavano con un "arcolaio" decisamente più semplice a stecche intrecciate retrattili, strumento anch'esso in legno; la lana veniva recuperata da indumenti andati in disuso o diventati piccoli e veniva riutilizzata per farne altri o per fare calzini e calzettoni con i ferri: abilissime le donne che sapevano lavorare con i quattro ferri per riuscire a fare talloni perfetti e confortevoli.

Tutto il lavoro descritto e anche quello che verrà di seguito era esclusivamente delle donne.

Che cosa soprattutto filavano e tessevano le ragazze delle campagne nei primi del novecento? Il corredo o dote, in dialetto dota, finalizzato al ruolo socialmente predefinito, ossia al matrimonio e alla provvista di biancheria per la futura "casa" posto che ce ne sarebbe stata una di autonoma, altrimenti il tutto si sarebbe risolto in una stanza approntata all'interno dello spazio di pertinenza della grande famiglia patriarcale, nel cui ambito si formavano le nuove famiglie nucleari, non sempre destinate ad andarsene da qual contesto che tipicizzava le campagne non solo della bassa padovana; si trattava di una realtà non troppo dissimile da quella del dvor russo, dove famiglia patriarcale e ambito spaziale di pertinenza erano un tuttuno e dove le famiglie nucleari, almeno fino all'inizio del novecento, erano del tutto subalterne al dvor.

Negli anni successivi soprattutto alla seconda guerra mondiale della dote entrarono a far parte anche abiti per tutti i giorni, grembiuli e traverse da cucina e da lavoro, coperte,trapunte e copriletti, che venivano acquistati, molto spesso a piccole rate, dai tanti ambulanti che giravano le campagne.

Naturalmente la dote era motivo di attrazione per i pretendenti e motivo di orgoglio per le ragazze e le loro madri, spasmodicamente impegnate ad assicurare un futuro da sposate alle figlie e al contempo a liberarsene al più presto a causa del carico familiare e della loro più bassa produttività agricola rispetto ai figli maschi.

La dote veniva via via riposta in apposito baule borchiato e protetto da vistose serrature color oro su pannelli in genere di colore verde, baule che veniva esibito al fidanzato dopo che si era stabilito un rapporto sufficientemente stabile e fiduciario.

Cucito e ricamo

Ottenuto il tessuto, si trattava di di passare al prodotto finito, per la dote in particolare si trattava di asciugamani, lenzuola, federe, copriletto, tovaglie e tovaglioli, grembiuli e traverse, che erano di fatto una dotazione fissa per le donne, tutto il giorno impegnate in lavori che avrebbero rovinato i pochissimi abiti a disposizione: un togli e metti, ossia un paio di abiti da tutti i giorni, ricambiati una volta la settimana, un abito, al massimo due, per la festa; le donne di una certa età, diciamo intorno ai cinquanta, vestivano regolarmente di nero e portavano sempre una grande traversa nera squadrata con due grandi tasche laterali, sulle spalle un fazzolettone nero a frange in cotone d'estate e in lana d'inverno, da tirarsi sulla testa in chiesa o per strada se non volevano farsi troppo notare; in sostituzione, soprattutto nei mesi freddi, la cosiddetta pellegrina, una sorta di coprispalle a mezza ruota in lana lavorata a maglie larghe e traforate; la pellegrina per le donne giovani era invece a strisce colorate; in entrambi i casi le pellegrine non si compravano, si facevano in proprio, o come regalo di madri, suocere, amiche, sorelle, cugine e via elencando ed era un indumento necessario per le frequenti uscite al freddo fuori dall'uscio di casa; la pellegrina quindi soddisfava esigenze di utilità, il fazzolettone soddisfava invece esigenze in parte di utilità e in parte estetiche.

Sulla biancheria era molto diffuso compiere dei ricami, che spesso erano oggetto di confronti simili a gare di bravura, ricami in cui si sviluppavano fantasia e abilità tanto delle ragazze quanto delle madri; la biancheria da cucina veniva ricamata con motivi in genere colorati, le tende della cucina in genere riporatvano motivi floreali, mentre quelle delle camere da letto avevano motivi bianchi di puro virtuosismo, come pure le lenzuola; gli asciugamani invece, specie quelli in lino, spesso riportavano le iniziali; insomma, dalla filatura al ricamo potevano trascorrere alcuni anni durante i quali la dote veniva via via impreziosita.

Negli anni sessanta infine si diffuse molto rapidamente il lavoro a domicilio, dalla preparazione delle tomaie dei calzaturifici allora nascenti al taglio dei fili di indumenti distribuiti dai piccoli laboratori di confezioni al ricamo: le più abili prendevano commissioni di ricamo di tovaglie con motivi predisegnati dai committente e su quei motivi ricamavano a mano per un compenso men che modesto, ma si accontentavano pur di prendere qualcosa rimanendo a casa ed evitare di entrare nell'aborrita fabbrica; non servì perché ineluttabilmente molte donne e molte ragazze di lì a qualche anno cambiarono radicalmente vita e ruolo diventando operaie delle tante piccole fabbriche che si diffusero rapidamente attorno alle città, ma anche nelle campagne determinando così una profonda mutazione delle strutture familiari, della crescita demografica, delle abilità, delle relazioni sociali, del reddito e della circolazione del denaro.

Una volta sposate, la musica cambiava per le donne: il tempo a disposizione diminuiva drasticamente, la sera la luce era troppo scarsa ed esse stesse erano troppo stanche, tra marito, figli, casa, campi, animali e cucina rimaneva solo qualche scampolo,di frequente forzato, per rammendare pantaloni, gonne, vestitini sdruciti o rotti, attaccare pezze e ancora pezze su tanti indumenti, per tirare avanti, cucire qualche indumento nuovo.

Il cucito era una delle incombenze di forte caratterizzazione dell'esistenza delle donne: era convenzione sociale costituente obbligo che le donne si occupassero del vestiario e delle biancheria e perciò a loro venivano richieste abilità di cucito sia mano che a macchina; la sartoria di casa è stata diffusissima almeno fino a tutti gli anni settanta, le macchine da cucire mancavano in poche case, le donne si scambiavano conoscenze sulle tecniche e i metodi per venire a capo delle necessità ordinarie della famiglia, solo i vestiti da festa venivano commissionati ai sarti e alle sarte professionisti, i quali erano molto numerosi nei paesi e molto spesso a corto di lavoro perché non circolavano soldi, la produttività agricola era bassa, le bocche da sfamare erano tante, quindi bisognava arrangiarsi; avere un vestito nuovo era un evento di cui tutto il paese sussurrava, evento che dava adito a tante congetture sul come la tale persona fosse riuscita ad ottenere un abito nuovo.Macchina da cucire per casa

Le ragazze quindi venivano addestrate fin da giovanissime all'uso della macchina da cucire, molte di loro venivano spinte ad imparare il mestiere, sia per poter avere un'abilità in più per potersi sposare sia per poter magari fare qualche piccolo lavoro di cucito a pagamento in casa.

L'illuminazione: la casa, la stalla, le opere notturne

Nelle campagne l'energia elettrica e l'illuminazione con lampade elettriche è arrivata tardi, in diverse contrade l'elettrificazione si compì negli anni cinquanta, con linee malcerte, che facilmente si guastavano con il maltempo; non tutte le case poi venivanno allacciate, le società elettriche non erano ancora nazionalizzate, il mercato era formalmente libero, di fatto un oligopolio; nelle campagne da cui provengo l'energia elettrica era distribuita dalla societàò Adriatica, illuminazione e forza motrice, all'epoca ancora con forniture a 150 volt, a 220 e, per i macchinari che lo richiedevano, trifase a 380 volt; l'illumninazione elettrica delle case spesso era a 150 volt, con i fili a treccia fissatti sulle pareti, gli interruttori erano di ceramica con una specie di chiavetta che si girava per accendere e spegnere, in ceramica erano anche le cosiddette valvole, che servivano a prevenire danni ai fili e alle lampade per i frequenti casi di sbalzi di tensione; parlo di fili e non di cavi perché fino a tutti gli anni cinquanta di fili intrecciati protetti da materiale isolante si trattava e non di cavi, che comparvero all'inizio degli anni sessanta con le prime tracce interne alla murataura in cui si posavano i primi tubi in cui poi si inserivano i primi cavi.

Abbiamo detto che tante case non avevano energia elettrica oppure se l'avevano le case magari non le avevano le stalle e che oltre a ciò si compivano delle attività notturne e che infine l'energia mancava spesso durante i temporali e i frequenti guasti alle linee e alle cabine di distribuzione.

A sostituire l'illuminazione elettrica provvedevano candele e lumi a petrolio, da tavolo e da soffitto: se ne trovano ancora tanti nei mercatini e oramai si usano solo come soprammobili.

Le candele venivano usate normalmente nelle camere da letto, infilate nelle bugie o, in mancanza di bugie, appiccicate sul fondo di un bicchiere rovesciato (el cujo del goto in dialetto) con la cera fatta colare dalla candela accesa; toccava alle donne provvedere alla disponibilità delle candele, accenderle, conservare i mozziconi spenti in cassetti odorosi di cera; l'accensione avveniva con uno zolfanello o direttamente dal focolare, mentre lo spegnimento richiedeva un minimo di abilità: soffiando troppo piano si perdeva il fiato senza ottenere lo spegnimento e ottenendo di sicuro rimproveri, soffiando troppo forte si rischiava di far schizzare la cera nei dintorni e magari sulle mani ottenendo delle scottature; serviva un sofio secco e deciso; in alternativa i coraggiosi o quelli che avevano le dita con una buona scorza di calli usavano le dita e stringendo lo stoppino acceso tra pollice e indice toglievano istantaneamente l'ossigeno e quasi istantaneamente spegnevano la candela; solo in chiesa si usava un apposito strumento per spegnere costituito da una pertica ben lisciata con una specie di cappuccio metallico all'apice che il sacrestano metteva sulla candela accesa per alcuni secondi ottenendone lo spegnimento.

Durante i temporali in qualche famiglia le donne accendevano comunque delle candele, a volte erano candele benedette, e facevano colare la cera sull'ulivo benedetto la domenica delle Palme per poi inginocchiarsi e far inginocchiare i bambini e pregare che non arrivassero fulmini, danni alla casa e altre disgrazie che un fortunale avrebbe potuto portare soprattutto ai campi coltivati, sui quali si riponevano le speranze di sfamarsi di un'intera famiglia.

Le candele avevano quindi un ruolo quasi sempre di sostituzione, di illuminazione delle camere da lettio e devozionale; nelle case le candele c'erano sempre, nuove o in mozziconi, non potevano mancare.

Il sistema di illuminazione vero e proprio, in mancanza di energia elettrica, era invece il lume a petrolio, da tavolo e quindi portatile,e da soffitto, appeso esattamente come un lampadario.

Il lume a petrolio è costituito da un serbatoio metallico, assimilabile ad una tazza ricoperta da una cupola con una fessusra centrale, da uno stoppino assimilabile alla corda da tapparella, da una rotella di avanzamento dello stoppino e da una campana di vetro che si infilava nel serbatoio e da questo veniva trattenuta tarmite delle linguelle simili a molle: la campana era quindi aperta alla base per ancorarsi e far entrare la fiamma dello stoppino ed era aperta nella parte alta per far uscire i fumi della fiamma; se lo stoppino funzionava bene i fumi erano scarsi, se lo stoppino era invece quasi esausto e bruciacchiato i fumi erano intensi; la campana ovviamente andava molto presto in temperatura e bisognava stare molto attenti a non toccarla per non prendersi delle brutte scottature; la campana aveva la funzione di amplificare l'effetto illuminante della fiamma, era preziosa, costosa e costantemente pulita.

Al caricamento del serbatoio, alla pulizia delle campane, all' efficientamento dello stoppino e all'accensione provvedevano regolarmente le donne, che dovevano anche approvvigìionare il petrolio: solitamente se ne comprava una bottiglia per volta, sempre per via della grande penuria di soldi che affliggeva le famiglie.

Molto belli i lumi a petrolio da soffitto: il corpo illuninante era al centro di una lampadario di ferro battuto ben lavorato, che aveva funzione estetica e quindi di abbellimento della casa, della cucina in particolare; durante i lunghi inverni il lampadario si anneriva dei fumi della cucina, stufa e focolare, e della combustione del petrolio per l'illuminazione; a primavera, quando con l'allungarsi delle giornate e il ritorno delle temperature miti diminuivano le necessità di riscaldare e illuminare, le donne provvedevano a ripristinare l'aspetto migliore del lampadario pitturando le strutture a volute in ferro battuto con porporina dorata o argentata: sembrava nuovo, era bello, era "pasquale" e contribuiva all'atmosfera pasquale; sì perché era proprio attorno a Paqua, specie se la Pasqua era alta che le donne svolgevano le attività di "rinnovo" della casa, nelle suppellettili, nei pochi e poveri arredi, nella biancheria.

Opere al buio fuori di casa: nelle immediate vicinanze, stalle e pollai, si usavano le candele o i lumi a petrolio(chiamati ciari), con il pericolo, diffuso, di incendiare anche in modo catastrofico la paglia che normalmente si usava per fare il letto agli animali.

Lontano da casa era invece a disposizione il faro a carburo. Questo faro, molto usatao per illuminare il buio serale o della notte, era costituito da un serbatoio in cui veniva riposto questo materiale chimico denominato carburo e successivamente dell'acqua, e da una parte metallica rotonda,la testa, con un frontino a visiera antivento al cui centro si collocava un ugello dal quale usciva il gas sprigionato dal carburo una volta venuto a contatto con l'acqua; con uno zolfanello si dava fuoco al gas e si otteneva una fiammella intensa e frizzante con buona capacità di illuminazione; l'attrezzo si usava per attività continuativa, ad esempio quando si andava a pesca di rane lungo le canaline tra aprile e maggio, ma questa era un'attività dei maschi; le donne invece, specie nei primi decenni del novecento, usavano il faro a carburo in piena notte, quando madri e figlie andavano ad esempio a riporre le canne di canapa o di lino nei luoghi di macerazione, che dovevano rimanere nascosti e ignoti per evitare che le fibre in macerazione, indispensabili per filare e tessere la biancheria di casa e della dote delle figlie femmine, venissero scoperte e rubate; queste operazioni si facevano in genere tra le due e le tre di notte.

La manutenzione del faro carburo, che doveva essere debitamente scrostato, lavato e pulito, era demandata dai maschi adulti alle donne e ai ragazzi.

Lavare i panni

Probabilmente il lavoro più faticoso per le donne, massacrante e anche un po' umiliante, che faceva sentire le donne "serve" di padroni che erano marito, figli e suoceri.

I panni, fino agli anni sessanta inoltrati, si lavavano a mano; le primi lavatrici apparvero nelle campagne della bassa padovana dopo la metà di quegli anni e a potersela permettere erano davvero poche famiglie, salvo poi diffondersi molto rapidamente negli anni settanta; non sembri banale né esagerato definire l'introduzione, di certo tardiva, della lavatrice negli ambienti domestici una vittoria, una liberazione e un affrancamento da una situazione davvero servile per le donne.

In principio c'era l'acqua: le fortunate che potevano disporre di un pozzo buono nelle pertinenze della casa si risparmiavano la fatica di procurarsela, le non fortunate dovevano andare invece al pozzo artesiano più vicino (magari c'erano un paio di chilometri da farsi a piedi) con secchi o bidoni appesi alla bicicletta, se c'era, o al classico paletto flessibile con ganci alle etsremità,in dialetto chiamato bigojio, trasportati a piedi in questo caso.

Procuratesi l'acqua, magari con l'aiuto di qualche figlio o figlia grandicelli e volonterosi, le donne dovevano provvedere a riscaldarla a temperature diverse secondo quello che dovevano lavare; per i panni più sporchi e della categoria del "bianco" dovevano invece provvedere a portare l'acqua praticamente a ebollizione allo scopo di staccare lo sporco più ostinato e compiere anche una disinfettazione, quando non una disinfestazione a causa della presenza, non infrequente, di pidocchi; nella categoria del bianco da mettere a bagno ada alta temperatura c'erano l'intimo (ma neanche tutto perché molto intimo maschile poteva essere fatto con pezze di recupero nere o di svariati colori), le lenzuola, che in genere erano bianche e facevano parte della dote, le tovaglie e qualche tenda; la lavatura di questa biancheria era la più complessa e pericolosa perché i pentoloni di acqua bollente potevano accidentalmente ustionare le donne che li manovravano e i loro bambini, con rischio anche mortale, come purtroppo ogni tanto succedeva, specie alle mamme che avedvano diversi figli piccoli da guardare: capitava che qualche bimbo, sfuggito per un attimo al controlo, si tirasse addosso una pentola grande di acqua bollente e rimanesse ustionato al punto da perdere la vita; bisogna considerare che per accelerare l'operazione, si mettevano in opera sia una grossa pentola sulla stufa sia il grande,enorme pentolone sul focolare che si usava ad esempio per bollire l'acqua che serviva per raschiare il pelo al maiale quando veniva macellato al sopravvenire dei primi freddi.

Dunque l'operazione, denominata isia per la sua tipologia e bugà per la dimensione che assumeva quando il volume si gonfiava per la presenza delle lenzuola, era pericolosa di per sè e generava apprensione e ansia nelle donne per i rischi che comportava fino al versamento dell'acqua bollente nel grande mastello in cui veniva immerso il "bianco" Con quale detersivo? A inizio secolo praticamente non ce n'era e le donne lavavano con la cenere del focolare o della stufa, che aveva funzione abrasiva, nella quale veniva cacciata una spazzola detta bruschin o bruscheto costituita da un'impugnatura di legno e da fibre vegetali molto dure e un po' ondulate; al più poteva esserci un po' di sapone di marsiglia; in anni successivi fu possibile spprovvigionarsi dell'unico detersivo circolante, che veniva venduto in pacchetti cellophanati, detto saponina, che altro non era che sapone a scagliette o granulare da versare nell'acuqa in ragione della quantità di acqua e dello sporco da togliere; infine, con molta attenzione per non rovinare i tessuti, ci si buttava della varechina, che aveva funzione sbiancante e disinfettante.

Con una mescola pittosto lunga la biancheria immersa nel grande mastello veniva rivoltata più e più volte perché prendesse bene l'acqua e i detergenti, veniva schiacciata verso il fondo e fatta riemergere, anche allo scopo di staccare il più possibile lo sporco e risprmiare un po' di fatica nella fase successiva, quella del lavaggio vero e proprio.

Il lavaggio veniva eseguito a mastello con una apposita tavola grande detta tavola da lavare; il mastello, che fino a tutti gli anni cinquanta era quasi solo in legno, costruito con gli stessi criteri della costruzione delle botti e che era di varie grandezze, aveva due manici simmetrici sulla linea del diametro costituiti da due doghe più alte forate nella parte apicale e un appoggio simile a un manico, costituito da altra doga più lunga, posto a un quarto di circonferenza tra i due manici simmetrici; i manici veri e propri servivano allo spostamento del mastello, l'appoggio invece serviva a sostenere la tavola da lavare che veniva posizionata obliqua, circa a 45° rispetto al piano del bordo del mastello, contro i due manici e fermata sull'appoggio.

La tavola da lavare poteva essere lungua un po' più di un metro e alta circa 70-80 cm., era costituita generalmente da tre tavole di legno congiunte da "anime" di compensato o listelle sottili di legno a incastro e incollate in modo da costituire un piano ben solido e ampio; sul bordo alto, veniva inserita, piegata a circa 45° gradi orientata verso l'interno, una tavola che consentiva alle donne, in particolare alle donne gravide, di avvicinarsi al meglio al mastello senza doversi sentire contro l'addome lo spigolo del piano di lavaggio e proteggersi anche dai tanti schizzi d'acqua, che, contaminata dalla candeggina, poteva anche macchiettare di giallo i pochi abiti di cui disponevano; sul piano di lavaggio infine il falegname fissava una specie di finestrella fatta di tre listelli piccoli a contenere una grossa mattonella di sapone di marsiglia ,odoroso e denso.

Manca il cavalletto di legno: doveva essere robusto e abbastanza alto perché serviva a posare i panni lavati per poi sciacquarli o sciacquati per poi stenderli.

Quando la temperatura dell'acqua era scesa a temperatura accettabile, le donne infilavano la tavola da lavare tra manici e supporto, si piegavano sul mastello, impugnavano la spazzola, la immergevano nell'acqua, prendevano un panno o una porzione di lenzuolo, vi passavano sopra il sapone di marsiglia e con molta forza spazzolavano su tessuti fino ad ottenere il risultato che le soddisfava e così avanti finchè non finivano, lavorando per lungo tempo, d'estate all'aperto con un po' di ombra, d'inverno secondo possibilità, in genere in angusti locali attigui o "casoni" o piccole baracche, a prendersi dolori alle gambe e alle mani, che dall'acqua sporca e mescolata con i detergenti emergevano alla fine raggrinzite, specie a causa della candeggina e, negli anni, si deformavano: l'artrite reumatoide segnava implacabilmente le mani delle donne a causa di questo specifico lavoro domestico; segnava anche le mani dei contadini, umoni e donne, ma per altri lavori, non domestici.

Terminato il lavaggio grande c'erano poi i mastelli e mastelletti con altri panni, trattati a temperature più basse, per i quali modalità e fatica di lavaggio erano tuttavia identici e ce n'erano quasi tutti i giorni specie a causa della numerosità del nucleo familiare, a maggior ragione se allargato.

Finito? No, perché manca il risciacquo. Terminato il vaggio e deposti i panni sul cavalletto di servizio posto in prossimità del mastello, in genere un po' indietro sul lato destro, il mastello veniva vuotato direttamente sulla terra o in un piccolo scolo scavato allo scopo di far defluire le acque reflue di casa, sciacquato, riempito d'acqua fredda o un po' intiepidita d'inverno, i panni lavati veniva sciacquati con forza nell'acqua ricambiata, strizzati a forza, tanta forza, per eliminare più acqua possibile, e stesi su una corda tirata tra due pali a sua volta innalzata e sostenuta in un punto centrale o in due punti intermedi se era particolarmente lunga da uno o due pali a forcella; d'inverno i panni più urgenti da utilizzare o che si volevano riscaldare per un po' di comfort, venivano stesi lungo il cornicione di derro della stufa o su un cordino fissato al cornicione superiore del focolare oppure ancora su un attrezzo di ferri a raggera fissato al tubo della stufa; naturalmente questi panni odoravano di fumo della legna che bruciava, ma erano indossati con una sensazione di esilarante benessere, specie se si era appena usciti dal mastello del bagno appena fatto e si tremava per il freddo in ambienti sempre troppo poco riscaldati.

Il ciclo del lavaggio si concludeva con la stiratura, di cui abbiamo parlato nella prima parte, anche questa particolarmente pesante e faticosa.

Le donne venivano quindi avviate e addestrate molto presto a questo lavoro; dovevano imparare a trattare i tessuti in tutti gli aspetti ,dalla fibra alla filatura alla tessitura al confezionamento, il cucito, il rammendo, il riciclo, il lavaggio e la stiratura, quindi tutto ciò che riguardava il vestiario, maschile e femminile, bambini e adulti, era una loro incombenza, e in questi lavori erano abilissime e al contempo si ritrovavano con le dita delle mani spesso deformate e loro stesse esaurite da una fatica incessante ed enorme, in ogni fase della loro vita, da ragazzine a sposate, da gravide e da neomamme in allattamento, con diversi marmocchi da tenere d'occhio, una cucina, gli animali da cortile e altri lavori di casa cui badare oltre all'assillo di pensare a cosa mettere in tavola.

Degli strumenti per lavare non rimane pressoché niente nelle case, sia per la deperibilità delle attrezzature sia per la voglia di disfarsi di oggetti che tanto hanno pesato in termini di fatica nella vita quotidiana e nel lavoro domestico delle donne; introvabili oramai i mastelli in legno, ma anche le tavole da lavare e i cavalletti; qualche tavola moderna, ma costruita per essered utilizzata su una vasca da bagno, si trova negli shop on line; lo stesso vale per gli arcolai e i fusi, caduti in disuso già dopo la seconda guerra mondiale e reperibili oramai solo in qualche raro filatoio a mano sperduto o in qualche negozio che ne tenga uno per arredo.

Mi riprometto di cercare ancora nei mercati dei robivecchi, che però risultano sempre molto confusionari e gestiti in genere da persone poco inclini all'acquisizione di oggetti per scelta di ricostruzione storica e antropologica e in genere estranee alla ricerca sulle culture locali e sulle attività della vita materiale.