Il freddo gela le campagneNatale, nelle ie campagne della bassa padovana fin oltre la metà del '900, veniva vissuto come un avvicinamento alla bontà, raccoglimento in famiglia, slancio interiore, periodo in cui i dissapori venivano attenuati e l'impegno nel fare le cose, dalla scuola alla casa,era più intenso e coscienzioso.

Ma Natale era anche il periodo del grande freddo, dei vetri ghiacciati, delle imtemperie e della vita difficile, stentata, con poco da ardere, le notti lunghe, le case poco illuminate.

Veniva vissuto anche come attesa: il canto della Chiarastella, in dialetto ciarastéa, con il suo gruppo di cantori grandi e piccoli che percorrevano le contrade, comunque, indipendentemente dall'obolo che una famiglia poteva dare o non dare: non era quello lo scopo, che era invece di trasmettere lo spirito del Natale, di suggestionare l'anima e il sentire dei bambini, che rimanevano incantati, e degli adulti, che diventavano più mansueti; la preparazione del presepio, nelle case in cui c'era qualcosa da mettere insieme, e, naturalmente, in chiesa, grande, complesso, imponente, perché doveva destare meraviglia e al contempo un certo timore, doveva dare l'idea di quanto dicevano le scritture e la trdizione; le messe in chiesa, attese e vissute anche come veri spettacoli, con le luci sfavillanti, i paramenti più belli e lucenti, i paesani numerosissimi, infagottati nei loro pastrani, ben tagliati per i più abbienti, larghi, stretti o deformati dai troppi maglioni di lana scadente e riutilizzata per i meno abbienti, alcuni altri invece avvolti nei tabarri che conferivano loro un'aria solenne e distinta.

Mi propongo allora di raccontare : il presepio, la chiesa, il pranzo, il vestiario, i canti e i cantori, i giochi, i regali e, trasversalmente, il freddo.

Il presepio

Presepio allestito in una chiesaFino a tutta la metà degli anni sessanta, nelle campagne della bassa padovana, ma anche in città, dell'albero di Natale non c'era praticamente traccia; se ne parlava, ma con una accezione non propriamente positiva: l'albero allora era il simbolo del Natale dei popoli protestanti, non apparteneva ai cattolici, che invece allestivano la rappresentazione della natività con il presepio, più o meno arricchito secondo fantasia, senso di iniziativa, creatività, abilità e censo.

In diverse famiglie, non in tutte perché non tutte potevano economicamente permetterselo, si faceva un presepio in casa verso la metà di dicembre, presepio che veniva rimosso appena passata l'Epifania, giorno in cui sopra la capanna si poneva la stella cometa di carta colorata di giallo; la costruzione del presepio era un'attività di grande attrazione e impegno per i ragazzi e per le madri dato che i padri non se ne curavano più che tanto, se non ad opera compiuta per esprimere un giudizio sull'esecuzione; in alcuni casi però non disdegnavano di accompagnare i i figli piccoli alla ricerca di muschio per la campagna; la preparazione del presepio poteva durare qualche giorno perché di pronto da comprare non c'era praticamente nulla , a parte le statuine; la preparazione era quindi un crescendo di mosse che creavano emotività, festa sommessa e anche attesa per l'esito finale e la meraviglia che si desiderava destare nei coetanei della contrada.

Muschio su Si cominciava con la ricerca del muschio,quello vero, fresco ( e freddo) dei campi, quasi sempre staccato dalle basi degli alberi che popolavano la campagna, in particolare salgari (sì, lo stesso cognome di Emilio) e stropari che erano quegli alberelli tozzi e bassi che avevano rami di giunchi color arancio i quali, denominati strope, venivano utilizzati dai contadini a fine inverno per legare i tralci delle viti appena potati ai pali di sostegno e al filo zincato teso su tutto il filare; arrivati a casa con il muschio, lo si stendeva sul piano destinato al presepio, un piano provvisorio o una porzione di piano fisso della casa che non fosse ovviamente il tavolo da cucina, che in generale era anche il tavolo per mangiare; il muschio non seccava facilmente sia perché ogni tanto lo si spruzzava con un po' d'acqua sia perché le case erano abbastanza fredde e il calore del focolare o della stufa non arrivava a lambire il presepio; anzi, chi è visuuto e si è riscaldato con il focolare sa bene che ogni tanto era necessario girarsi perché mentre ci si riscaldava davanti e magari la faccia si arrossava per eccesso di vicinanza, ci si gelava la schiena dato che i corpi stessi facevano da barriera e perdipiù il camino tirava su tanto calore, che quindi non si disperdeva per la cucina; con rametti di legno,corteccia di alberi e paglia si costruiva la capanna, magari un po' accroccata su qualche sasso, in posizione dominante rispetto al piano più basso, dove si svolgeva la scena; la base c'era, adesso bisognava popolare la scena: con la farina bianca da polenta venivano disegnate le stradine o, in alternativa,veniva posata un po' di graniglia di sassi presa per strada: all'epoca strade asfaltate non ce n'erano, le principali erano ghiaiate e per manutenerle gli stradini si tenevano a disposizione lungo la strada dei mucchi di ghiaia a forma di collinetta bislunga che era ovviamente fonte di materiale per svariati giochi e anche per qualche atto di piccolo teppismo dei ragazzi; le strade minori erano invece in terra battuta e d'inverno erano particolarmente fangose.Graniglia di sassi

Mmancavano le statuine, che si acquistavano in una bottega che vendeva un po' di tutto: dolci, frutta,pane, frutta secca e,a dicembre,statuine per il presepio; le più care e le più belle erano in cartapesta, ma ce n'erano ben poche in assortimento, dato il costo, mentre le più economiche erano in gesso, quindi ad alto pericolo di rottura in caso di caduta. Il bello veniva prorpio con le statuine: poterne comprare qualcuna era una gioia, serviva a fare più bello e più popolato il presepio oltre che a sostituirne qualcuna di troppo danneggiata, dato che i colori sul gesso si staccavano facilmente. Oltre alle classiche statuine della capanna altre erano quasi d'obbligo: non potevano mancare l'arrotino, il pastore con l'agnellino al collo, la donna che attingeva l'acqua al pozzo, quella che lavava o quella che pascolava le oche, non poteva mancare il pastore con la zampogna, seguto da pecorelle bianche con base verde a fare da prato e non potevano mancare i tre re magi con le loro coppe dei doni e i copricapo orientaleggianti; ebbene, la posa delle statuine, sotto l'occhio vigile e iincoraggiante della mamma, era il momento clou in cui il bambino si sentiva protagonista, inventore, creatore della scena, esperto di presepio, quasi tremava per l'emozione e per l'esito delle sue scelte; fatto? no, mancava qualcosa, c'era sempre qualcosa da aggiungere a seconda dei materiali reperibili; ad esempio si potevano aggiungere dei ruscelletti d'acqua o un piccolo pagliaio o fienile o altro ancora; i ruscelletti si potevano rendere con degli speccietti rettangolari a nastro, quelli utilizzati in falegnameria per rifinire l'interno delle vetrinette che venivano sovrapposte alle acredenze e che servivano adare lucentezza all'interna e ad esaltare la piccola cristalleria esposta; nel presepio invece, data la flessibilità del nastro d'unione, potevano facilmente adattarsi alla paittaforma iregolare e gibbosa e quindi simulare un piccolo corso d'acqua; c'era tutto, bastava aspettare la sera della vigilia per posare il bambiinello; passato il giorno di Natale e passati i giorni della festa intima, di casa, che impegnava tutti almeno a provare ad essere più buoni, la parola ricorrente per i bambini era "ubbidienti", l'ultimo atto era la posa della stella cometa il giorno dell'Epifania, che stava lì per qualche giorno appena, poi si smontava tutto, qualche statuina, specie le pecorelle, andava in frantumi, si sarebbe sostituita l'anno dopo e mestamente tutto veniva inghiottito nel freddo della misera casa,a sua volta inghiottita dal grande freddo grigio della grande pianura.

La chiesa e il presepio in chiesa

La chiesa era il riferimento di "gloria" per il pease. Doveva essere bella, splendente, ben addobbata, lucente e splendente,Chiesa illuminata per Natale gloriosa appunto, con i cantori e l'organo che celebravano la gloria con la musica e la polifonia allenate a lungo e con scrupolo ; era, oltre al luogo religioso, il luogo del grande spettacolo della natività, che tanto ha ispirato l'arte,era lo spettacolo per tutti, centro di emozioni e di partecipazione sociale, con la sua perfetta stratificazione e le sue rigide compartimentazioni di genere e di età pen visibili dai ranghi dei banchi; molti anni più tardi, ascoltanto il magnifico "Vespro per lo stellario della Beata Vergine" dato a Palermo nel 1644, ho ripensato, da adulto, al valore sociale, comunicativo, di intrattenimento, anche di educazione artistica e infine di spettacolo che questi eventi avevano; naturalmente questo grande appuntamento esigeva una preparazione lunga, molto partecipativa e altrettanto entusiasta.

Dentro la lunga attesa e la lunga partecipazione il presepio della chiesa aveva una parte di enorme rilievo: dalle dimensioni casalinghe si passava alle dimensioni di un luogo grande dedicato: statue grandi, collinette grandi, capanna grande, tutto grande, illuminazione adeguata, soluzioni originali; per alcuni anni, nella chiesa del mio paese, che addirittura chiudeva la navata sinistra per ospitare un grande presepio, un bravissimo tecnico che di professione si occupava dei macchinari che regolavano il livello delle acque del maggiore canale di bonifica nel comprensorio una volta vallivo della bassa Saccisica est, partecipava all'allestimento del presepio con accorgimenti elettrotecnici per cui riusciva a far passare i trenini elettrici di latta molto colorati sotto dei tunnel di carta per farli poi riemergere, cambiare direzione sui prorpi scambi, passare ai passaggi livello con sbarre che scendevano automaticamente in una fantasmagorica combinazione tra antico e modernissimo, tra religione e meraviglie della tecnica, che lasciavano a bocca aperta grandi e piccoli; il presepio della chiesa doveva meravigliare, stupire, rappresentare l'autorevolezza dell'evento e dell'istituzione, competere degnamente con i paesi vicini e ciò provocava forte identificazione nella propria comunità.

Il pranzo di Natale

Il pranzo di Natale era preceduto rigorosamente dal pranzo della vigilia: mai dismettere l'usanza era la raccomandazione che la mia nonna materna faceva a mia madre, che vi si è sempre attenuta; la tradizione voleva che tutti i giorni di cosiddetta vigilia, quella di Natale, il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo si digiunasse, in parte, e il pasto consumato fosse di magro, quindi niente carne, solo uova o pesce; perciò, per tradizione, la mattina colazione con una scodella di caffelatte(in realtà latte e orzo bolliti),la sera un'altra scodella di caffelatte, a pranzo invece i bigoi in salsa, ossia un piccolo piatto di spaghettoni freschi fatti in casa o di spaghetti normali con salsa di sarde sottosale, ma, in certe famiglie particolarmente povere, poteva anche essere solo un pezzettino di aringa o, se si era in tanti, ai più piccoli toccava solo un po' di polenta da insaporire sfrgandola sull'aringa, che veniva consumata dai maggiorenti della famiglia.

Passata la vigilia, il giorno di Natale, almeno nelle famiglie più industriose, e anche meno numerose, toccava qualcosa di decisamente meglio, naturalmente nel più rigoroso rispetto della tradizione.

la mattina sul presto, dopo messa prima, che terminava alle otto, le donne mettevano a bollire una pentola d'acqua con Tagliatelle fresche e capponedentro gli aromi consueti per il brodo, una gallina o, nelle case in cui si erano allevati i capponi, un bel cappone, magari dopo averlo scrassato un po' a parte, grande quanto poteva bastare a sfamare tutte le bocche; se ne ricavava un magnifico brodo, che veniva attentamente sgrassato durante la prima bollitura, ma che rimaneva comunque decisamente saporito, con il quale fare una minestra con pasta fresca, tagliatelle o i sottilissimi capelli d'angelo, in dialetto fideini, una minestra che ti scaldava lo stomaco, che era spesso vuoto e freddo; era un piatto sicuro, fuori discussione, buono perché il brodo era ottenuto da pollame allevato all'aperto, senza un grammo di mangime, solo erba, insetti vermiciattoli dei campi, granaglie sminuzzate e semola, quindi una carne eccellente, di ottimo sapore e molto sana.

Salamino di frattaglie bollitoSeguivano per secondo il cappone o la gallina bolliti, carni abbondanti, sode e nutrienti, si prestavano ad una buona ripartizione secondo preferenze tra le parti più asciutte e le parti più morbide, ancorché ben attaccate alle ossa; purtroppo anche in questo caso le donne avevano la peggio: se la famiglia era numerosa a loro toccavano le ali, le zampe, il collo, la testa e il fondoschiena, tuttoggi denominato foigna in dialetto; le più intraprendenti sapevano preparare un salamino di frattaglie utilizzando la pelle vuota del collo e questa preparazione aggiungeva volume e bontà sfruttando al massimo il capo macellato; la preparazione oggi è pressoché scomparsa, ma era buonissima, forse la cosa più buona del pranzo di Natale e ne toccava sempre poca perché comunque più di tanto dalle frattaglie unite a un uovo, prezzemolo, aglio e pan grattato non si poteva cavareSalamino di frattaglie a fette.

Il contorno era di stagione, quindi patate, se si erano coltivate nell'orto, oppure verdura cotta, per chi ne aveva nell'orto, oppure ancora verdura cotta con erbe di campo, oggi del tutto sconsigliabili a causa dei diserbanti utilizzati e a causa della pressochè totale scomparsa delle conoscenze; personalmente, su tre ne saprei distinguere solo le prime due, in dialetto pedocchi, rosoe e recioine, le prime duein italiano hanno il nome di tarassaco e rosolacci.

Dolce: una focaccia fatta in casa e cotta nel forno: fino a quasi la fine degli anni '60 il panettone non era ancora penetrato nelle campagne della bassa padovana,dove comparve prima il pandoro, proveniente dalla bassa veronese, mentre il panettone veniva prima venduto in pochi pezzi dai banchi di dolci e poi sporadicamente importato da qualche ex paesano migrato a Milano e in visita a parenti a Natale, insomma non era un dolce di massa e per molti anni non intaccò la tradizione povera delle focacce fatte con uova farina e, per dare un po più di gusto, strutto.

Le famiglie più abbienti o più industriose riuscivano però a fare ancora meglio: nel bollito ci infilavano un pezzetto di manzo con l'aggiunta di un osso, che migliorava ulteriormente l sapore del brodo, e accanto al cappone mettevano una meravigliosa faraona arrostita nel forno della stufa a legna, buonissima, saporitissima, una vera festa e quasi un lusso: era diffusa, ma non da tutti, la tridizione tuttavia è rimasta,fortemente radicata, fino ad oggi, anche se con faraone da allevamento, meno buone, ma ci si può accontentare; rimane, con queste occasioni, anche l'atavica propensione degli umani ad ingurgitare proteine di riserva, per i periodi in cui sarebbero mancate, ciò che era necessario fare migliaia di anni fa, quando era difficile conservare la carne e quando la carne si mangiava quando la caccia aveva buon esito, quindi in modo discontinuo; oggi invece tutta quella roba è effettivamente in più, le proteine si trovano con grande facilità e il cibo si sa conservare decisamente meglio.

Infine una digressione sui capponi: non si compravano in macelleria naturalmente, si allevavano in casa e costituivano un vero e proprio patrimonio, una ricchezza per la famiglia; andavano attentamente sorvegliati e accuditi perché dovevano rendere carne per l'alimentazione specie invernale, come il maiale e i relativi insaccati, le anatre, le oche conservate a pezzi sott'olio o sotto strutto: non c'erano freezer, quindi i sistemi di conservazione delle carni erano esattamente quelli dei secoli precedenti almeno fino a tutti gli anni '60 del '900.

Bene, quella della castrazione dei galletti per la loro trasformazione in capponi, era un'operazione che esigeva una notevole abilità, molta freddezza e non poca crudeltà; i galletti venivano castrati , privati della cresta e dei bargigli, il tutto senza sedazione e con i normali ferri di casa, le forbici solitamente, venivano cuciti con ago e filo nel posteriore e poi rimessi in libertà, certamente doloranti; l'operazione era quindi non poco cruenta; personalmente da bambino e da ragazzino mi mettevo di fianco a mia madre con l'intento di aiutarla e al contempo di osservare quella strana operazione, che io non comprendevo, ma che, forse per questo, non mi spaventava; la trovavo naturale, normale, così com'era normale tirare il collo a una gallina, spiumarla, eviscerarla (l'ho fatto, ma non lo faccio da troppi anni per ricordarmi tutta la sequenza), passarla sulla fiamma per bruciare la peluria residua e poi cuocerla e mangiarsela: davvero era del tutto chiaro il processo nutritivo e dell'animale da alimentazione era considerato quest'unico aspetto.

Il vestiario

Natale non era istituzionalmente un periodo privilegiato di esibizione; il freddo non consentiva più che tanto o meglio, consentiva solo ai più abbienti di farsi vedere con un cappotto nuovo o recente (ma dovevano passare molti anni per potersene permettere uno nuovo), una pelliccia finta (c'erano già le prime sintetiche negli anni '50) o un tabarro, capo che Tabarro veneto a ruota interadurava una vita e che portavano i meno giovani; la gran parte aveva cappotti di lunga data, fuori moda, anche se ben fatti, nel frattempo diventati stretti, oppure passati di fratello in fratello o di sorella in sorella quindi mai in tiro, sopra un fagottame di lana spesso riciclata, che per i bambini maschi cascava sopra delle braghette sempre troppo corte mentre le gambe erano malamente coperte da calzette in più punti rammendate e tenute su da giarretterie; le bambine invece portavano gonnelle anch'esse troppo corte per il freddo con calzette di lana alla stessa maniera dei maschi.

Questo popolo variopinto e un piuttosto malmesso, molto infreddolito, che batteva letteralmente i denti, popolava i paesi e si ritrovava poi in chiesa a ranghi ben divisi, con precisione quasi militare: da una parte i maschi adulti, davanti e, sempre davanti, sull'altro lato, i bambini maschi; dietro di questi i maschi giovani e dietro di loro le donne anziane, mentre dietro i maschi adulti si disponevano le donne più giovani e le ragazze; tutte le femmine avevano il fazzoletto o il velo in testa, piccolo e bianco per le bambine, via via più grande e più scuro a seconda di quanto cresceva l'età per le altre: non c'era un obbligo religioso vero e proprio, c'era una specie di obbligo sociale, conformista, per cui una donna che non usasse il velo veniva segnata a dito e considerata una ribelle oltre che una poco di buono; tutto ciò fino a tutti gli anni '60, anni in cui era ancora considerato disdicevole quando non scandaloso che una ragazza andasse a ballare.

I canti e i cantori

Canti e cantori avevano i loro periodi di gloria a dicembre per il Natale e poi a Pasqua; erano un'istituzione, per la parrocchia e comunque per il paese, perché a dicembre, in particolare i cantori ragazzini, giravano per le contrade a cantare la Chiarastella, di sera, con l'illuminazione della luna e delle stelle se il cielo era sereno, e delle candele o lumini a candela che comunque assortivano la piccola processione che si muoveva di casa in casa; era come un servizio di piccolo intrattenimento incantato, di annuncio dell'evento, non necessariamente legato a un'offerta, che tanto soldi non ce n'erano quasi mai e se qualcosa c'era si teneva per la domenica a titolo di corrispettivo della sedia o banco occupati e dei servizi resi dal prete alla comunità.

I cantori facevano ovviamente le loro prove per dare il massimo della loro bravura alla messa cantata del giorno di Natale, diretti dall'organista del paese che suonava un organo a mantice elettromeccanico,che, nel mio paese, poteva anche essere suonato in assenza di energia elettrica (che non di rado veniva a mancare) perché un enorme manico di legno, detto maneson, se debitamente manovrato con ritmo e forza era in grado di dare alle canne l'aria necessaria per emettere i suoni; l'organo, il coro dei cantori e l'atmosfera della chiesa illiuminata e addobbata, con la moltitudine dei paesani, costituivano gli elementi essenziali di un grande spettacolo, emozionante, evocativo e suggestivo, che rendeva momenti di grande coesione e, magari per poco, di superamento delle tante beghe tra paesani: sorrisi di allegria da un orecchio all'altro, frasi di circostanza, saluti e auguri calorosi, senso di festa irripetibile, canti che gonfiavano il cuore, prestazioni magnifiche e molto complimentate (anche se qualcuna era esagerata e un po' sguaiata) davano vita a un grande spettacolo sociale che presto si trasformava in spettacolo intimo, familiare, nelle cucine di casa e sulle tavole più o meno misere, più o meno abbondanti,che con grande ingegno e fatica l'altra metà del cielo riusciva preparare.

I giochi

C'era poco con cui giocare a dicembre, in realtà non avevamo giocattoli, sia perché quei pochi che si trovavno sui banchetti delle sagre invernali costavano dei soldi che quasi mai i genitori avevano, sia perché pochi comunque se ne facevano dato che il modo di giocare fin'oltre la metà del '900 era molto diverso dagli anni successivi.

C'erano sì un po' di giocattoli, dallo schioppettino a qualche macchinina o camion di latta, oltre alle solite biglie di terracotta e di vetro, ma il gioco, per i maschi in particolare, era gioco di gruppo o, ancor meglio, di branco; le bambine un po' giocavano da sole o in gruppo con le bambole, ma mica tanto, perché anche i loro giochi simulavano la condizione di genere in cui si trovavano, quindi spesso giocavano assieme a simulare faccende di casa, di cucina, di allevamento dei bambini e consimili, perché a quello venivano inidirizzate e ducate, al ruolo sociale, fin da piccole, all'assunzione di una condizione di inferiorità e al contempo di insostituibilità rispetto ai coetanei maschi.

Vediamoli:

La fionda

era molto diffusa e normalmente in tasca, la tasca posteriore, dei più grandicelli; serviva ad allenare e a dimostrare abilità nel tiro: i bersagli preferiti erano gli intirizziti passerotti, che volavano da un ramo all'altro degli alberi nudi, severi e tristi e gli elementi di isolamento e avvolgimento posti in alto ai pali della luce,che, infissi in modo un po' malcerto lungo le strade ghiaiate nei piccoli argini dei fossati laterali, con ancora maggiore difficoltà avrebbero portato quel po' di luce precaria nelle case sperdute della campagna; gli elementi di isolamento e avvolgimento era detti "chicchere", in dialetto cìcare, effettivamente somigliavano a delle tazze rovesciate e potevano essere di ceramica bianca o in vetro: centrarne una era motivo di vanto e questo gioco si faceva tornando a casa da scuola, a piedi, lungo le strade ghiaiate, che, per l'utilità degli stradini, disponevano ogni tanto ai lati di collinette di ghiaia, dalle quali i ragazzi prendevano a man bassa per rifornire le loro fionde; un "grande" doveva avere una fionda, altrimenti non si poteva sentire né poteva essere considerato tale.

Fionda in uso ai ragazzi grandicelli
Fionda in uso ai ragazzi grandicelli

Il cianco

Che per la verità non era solo un gioco invernale, era costituito da due elementi: un pezzo di legno corto, circa una dozzina di centimetri, appuntito in modo inverso agli estremi, in modo da poter essere colpito sulle punte dal secondo elemento, che era un buon bastone lungo circa mezzo metro o anche un po' di più: l'abilità consisteva nel colpire bene il cianco in una delle due punte, farlo alzare da terra e poi immediatamente colpirlo al volo in modo da lanciarlo il più lontano possibile; esisteva anche una versione a punte dentrali identiche; naturalmente il proietto poteva capitare in faccia a qualche ragazzo disattento o non abbastanza svelto nel mettersi nella direzione opposta a quella di battuta, magari perché stava litigando con qualcun altro, con l'effetto di tornare a casa con una ferita alla quale non era escluso che si aggiungesse qualche sonoro ceffone da parte del padre o delle madre: il '900 era così, era un secolo in cui l'educazione si faceva parecchio con le mani e poco con i discorsi, un secolo in cui generazioni educate dalla violenza di grandi guerre usavano come mezzo educativo preferito quello che dalle guerre avevano imparatro, ossia la prevaricazione e la violenza personale.

Cianco, gioco di gruppo a sfide individuali
Cianco, gioco di gruppo a sfide individuali

Il "pattinaggio"

In realtà i pattini non c'erano, c'erano invece delle robuste scarpe chiodate con suola in legno, che servivano tanto per il fango quanto per i terreni gelati, la neve e il ghiaccio e in dialetto si chiamavano sgàlmare; con queste scarpe i ragazzi più scatenati e più grandi andavano a pattinare (isegare) sul fondo di fossati gelati usando in qualche caso uno slittino messo su alla bell'e meglio e formando un codazzo composto da alcuni ragazzi che stavano sullo slittino, altri che spingevano e altri ancora che seguivano pattinando sul fondo ghiacciato.

In anni più lontano, intorno agli anni '30, al mio paese si erano verificati credo un paio di episodi tragici; alcuni ragazzi, in anni diversi, erano andati a pattinare sulla crosta ghiacciata della cosiddetta Bonifica, che era un grande canale di raccolta delle acque costruito nei secoli precedenti con la bonifica dei terreni vallivi sotto i frati benedettini; putroppo in un paio di casi la crosta ghiacciata cedette, si aprì in varco nell'acqua gelida ,che inghiottì i ragazzi senza remissione; quel canale, in cui d'estate i ragazzi capaci andavano a nuotare, è sempre stato l'incubo delle madri, che, impegnate com'erano nei mille lavori dei campi e della casa, di tanto in tanto perdevano il controllo di qualche loro ragazzo, che se la svignava per andare a giocare con i coetanei e i più grandi proprio perché il bello del gioco era stare insieme, in gruppo o, per fare qualche danno, in branco.

A questi andrebbero aggiunti i giochi che lì per lì si inventavano anche a seconda delle condizione climatiche, ad esempio tirarsi le palle di neve, neve che non mancava specie negli anni '50; famosa la nevicata del '56, che però rendeva pericoloso avventurarsi fuori casa tanto erano alte le cavallette di neve, ma in altri anni questo gioco era sempre molto divertente e poco pericoloso.

I regali

A Natale i regali ai bambini erano nel segno del premio alla bontà consegnati dal Bambino Gesù; nel segno quindi della serietà del personaggio non potevano che essere regali utili, poveri, privi di qualsiasi contenuto edonista, sempre che la famiglia potesse permettersi di comperare una scatolina di colori Giotto, una matita o un bel quaderno: niente di diverso.

I regali edonistici arrivavano invece con la Befana, ricorrenza sostanzialmente pagana, che segnava una specie di redde rationem annuale con cui ai bambini venivano dati precisi e concreti premi e punizioni: le calzette che si portavano per proteggersi dal freddo venivano appese la sera prima dell'Epifania al bordo della cappa del camino del focolare con due mollette da bucato, ma non era detto che la "vecchia" passasse perché si poteva essere stati talmente immeritevoli da non ottenerne neanche l'attenzione, che in verità più volte corrsipondeva all'impossibilità di mettere qualcosa nella calza; bene, se la "vecchia" passava, nella calza ci finiva qualche leccornia, sempre un'arancia e un mandarino, quello profumatissimo e con i semi dato che le clementine sono il riusultato di una manipolazione genetica recente, un bastoncino di liquirizia, qualche soldo di cioccolato e carbone vero a marcare l'elemento di punizione e lo stimolo al miglioramento.

Natale e Epifania quindi erano sostanzialmente contrapposti, il primo serioso, religioso, scintillante, emblema della bontà e della conciliazione, la seconda bonariamente ridanciana, un po' generosa e un po' severa nel distribuire premi e rimproveri.

Con l'Epifania si chiudeva il ciclo del Natale e con questo il ciclo del periodo magico, luminoso ed emozionante dentro il rigido inverno delle campagne della bassa padovana per immergersi poi nell'inverno vero, crudo e crudele, bigio, nevoso, fangoso, fatto di tante difficoltà e incertezze perché il lavoro era poco o non c'era per niente, bisognava aver lavorato e risparmiato d'estate e messo via un po' di carne per arrivare alla primavera: d'inverno neanche le galline ti facevano niente, quindi non c'era quasi mai nemmeno un uovo per farsi una frittata o per andare a comprare qualcosa nella bottega del paese e questo, per molte famiglie, significava povertà, povertà, stenti.

Rimaneva il ricordo splendido e con esso la nuova attesa, sul finire dell'estate, e con l'attesa il desiderio di una nuova magia e il timore di un altro difficile inverno.