Riscaldare i letti durante gli inverni gelati era un'operazione piuttosto diffusa se si aveva legna sufficiente.

I più benestanti disponevano di legna buona, dalla robinia ai tralci grossi di vite, al rovere, ciliegio, olmo, faggio e, in dialetto, "tapare de selgaro", che erano le basi segate di una albero caratteristico della bassa padana, il selgaro o salgaro, che si trovava lungo i fossati di confine, da cui il cognome di E. Salgàri, veronese di nascita.

Scaldaletto portabraci a lamiera forata
Scaldaletto portabraci a lamiera forata

Nei giorni di neve o di gran gelo i più fortunati potevano permettersi anche il carbone cock, che rilasciava un calore che a volte faceva diventare rossi persino i cerchi della piastra della stufa.

Qualunque fosse poi il metodo di riscaldamento del letto, dalla stufa si doveva passare e, naturalmente dalla disponibilità di materiale combustibile sufficientemente efficace: molte famiglie disponevano dei torsoli delle pannocchie, comustibile di basso valore, ma per molti di meglio non c'era; i torso li di pannocchia venivano in genere lasciati dal paròn dei campi coltivati a granoturco ai contadini che li avevano coltivati con il patto del 30%.

Il patto del 30% prevedeva che il proprietario dei campi provvedesse all'aratura e alla semina, mentre i contadini ingaggiati col 30% dovevavno provvedere a zappare, estirpare l'erba, raccogliere le pannocchie, tagliare le canne, prestare il lavoro durante la sgranatura a macchina, fare essiccare il granoturco sulla grande aia della casa padronale, denominata sèese, forse derivante dalla parola selice, studiarlo, operazione che consisteva nel ripasso con il rastrello in modo da rivoltare i grani al sole,riammassarlo la sera e coprirlo, spalarlo controvento ad essiccatura ultimata in modo da separare le impurità dai chicchi, quindi insaccarlo, pronto per la pesatura, che veniva eseguita dal paròn sul far della sera utilizzando una buona stadera, in dialetto basacuna, per determinare il 70% che andava subito nel granaio padronale e il 30% che andava nella casetta del contadino, il quale avrebbe utilizzato quel granoturco per ricavarci la farina da polenta e la crusca da dare al pollame di casa, che era quasi sempre l'unica fonte di proteine per il contadino e la sua famiglia; ebbene, con il granoturco assegnato per il 30% venivano regalati i torsoli delle pannocchie, detti scataroni, i quali producevano una brace debole, di poco calore, ma pur sempre qualcosa almeno per le giornate meno fredde.

Mi racconta mia madre che mia nonna materna, si chiamva Gilda, spesso, tornando a casa dalle sue visite in varie famiglie alla ricerca di uova da acquistare per voi rivendere agli ovaroli che venivano a rifornirsi per poi venderli a loro volta in città, riferiva ai suoi figli che nella tale o tal'altra famiglia non avevano cenere nel focolare; tante famiglie non avevano la possibilità di comperare una stufa o farsela allestire da un fabbro e perciò disponevano esclusivamente del focolore;
ebbene, non avere cenere nel focolare significava non avere nulla da cuocere e quindi avere fame e, d'inverno, accompagnare alla fame il freddo; parlo degli anni trenta e quaranta, quando la depressione economica prima e la guerra poi avevano ridotto in grande miseria tante e tante famiglie, specie nella campagne, famiglie in cui essere in più di cinque o sei figli era la normalità.

Torniamo ai nostri scaldaletto

Due erano i sistemi fondamentali per assicurarsi un letto un po' caldo e accogliente in cui entrare per coprirsi fino alla punta del naso e difendersi dal freddo che gelava le camere da letto: la vasca d'acqua calda e le braci deposte in un contenitore abbastanza robusto che veniva collocato dentro il letto tramite uno strumento detto, in dialetto, munega.

la vasca dell'acqua calda era una vasca di forma ovoidale, in metallo, ferro,, zinco, ottone, con un tappo al centro: veniva riempita di acqua calda e generalmente ricoperta con un asciugamano per evitare di scottarsi i piedi visto che veniva utilizzata oltre che per scaldare il letto anche per scaldarsi i piedi gelati una volta infilatisi nel letto, che sul fondo, era comunque freddo.

Vasca metallica per l'acqua calda
Vasca metallica per l'acqua calda

La munega :il nome, richiama le ampie vesti che all'epoca portavano le monache, era uno strumento ben diverso.

Era costituita da una costruzione in legno cubica aperta centrale; il quadrato basso era ricoperto da una lamiera, mentre la parte cubica veniva sormontata da quattro assicelle flessibili di legno unite ai loro apici, così da formare una costruzione ricurva abbastanza lunga da tenere lenzuale e coperte ben lontane dal braciere che veniva deposto sul riquadro ricoperto da lamiera e abbastanza lunga da lasciare al braciere la possibilità di riscaldare una grande superficie interna del letto, fino ad arrivare ad intiepidire anche il fondo, dove si posavano i piedi; la munega veniva introdotta nel letto verso sera, quindi le donne si davano a produrre braci in sovrappiù in modo da poterne avere abbastanza da riempire i bracieri, che quasi sempre erano costituiti da vecchie padelle o pentole basse dismesse; una volta alimentati di braci, i bracieri venivano riposti sul quadrati lamierato della munega in orari prossimi all'utilizzo del letto, altrimenti chi ne avrebbe dovuto beneficiare avrebbe trovato le braci spente e il letto freddo.

"Munega" per scaldaletto a braciere

Al momento di andare a letto si compiva l'operazione di rimozione delle braci e della munega: i più abili sfilavano tutto insieme, con il rischio però di far cadere una brace sulle lenzuola, rischio molto grosso se il materasso era in realtà un pagliericcio, cioè fatto di paglia, perché in questo caso la probabilità di provocare un incendio era davvero alta.

Compiuta l'operazione ci si infilava rapidissimamente nel letto e la gioia che si provava del calore odoroso delle braci era veramente celestiale.

In qualche casa di campagna abitata da persone anziane attaccate alle loro abitudini la pratica resiste, ma è difficilissimo trovare qualcuno che ti costruisca una munega.